Di Aldo Lado, con Jean Sorel e Barbara Bach; formato: 2.35:1; 1971
Un giornalista americano (Jean Sorel) si trova nella Repubblica Ceca per incontrare la sua ragazza (Barbara Bach), che scomparirà nel nulla dopo una festa. L'uomo si mette immediatamente sulle sue tracce, ma qualcosa che ancora lo spettatore non conosce va a finire male: la storia, infatti, viene raccontata attraverso i pensieri del giornalista steso ancora vivo su un tavolo da obitorio, ritenuto morto per via della totale assenza di segni vitali!
Vedendo 'La corta notte delle bambole di vetro' mi sono reso conto definitivamente di come un certo modo di fare ed intendere il cinema sia totalmente scomparso. Dove sono finite le pellicole come queste? Dove sono - al giorno d'oggi - i titoli immersi in questa atmosfera vagamente funerea, malinconicamente deprimente, in cui si ha la sensazione che da un momento all'altro il proprio destino possa essere colpito da un avvenimento sconvolgente? Guardi Jean Sorel e Barbara Bach amoreggiare sullo schermo e sai - anzi, senti - che quella felicità non durerà, che l'idilio verrà spezzato dal più funesto degli eventi, anche peggiore della morte. Sembra quasi che la congiura sia ordita da tutto quello che circonda i due amanti, dalle persone, dagli amici e anche dalle strade e dai palazzi, testimoni e complici muti che celano la verità al protagonista alla disperata ricerca della sua donna.
L'atmosfera è il vero punto di forza di questo come di molti altri film dell'epoca, e al regista Aldo Lado va il merito di averla mantenuta intatta (con l'apporto indispensabile delle struggenti note di Ennio Morricone) per tutta la durata della pellicola, che mostra qualche debolezza in un finale non molto sorprendente nella sua inevitabilità e un po' troppo caricato di significati politici, teorie forti ed apprezzabili esposte, però, in maniera forse troppo accentuata e didascalica.
Jean Sorel possiede la giusta fisicità per un ruolo che richiedeva di esprimere forza d'animo e determinazione e - allo stesso tempo - il volto di chi sa in partenza di aver perso, nonché un viso capace di essere interessante anche quando privo della minima espressione (tutte le sequenze che lo vedono in stato di morte apparente).
Barbara Bach incarna perfettamente l'angelo sceso dal cielo di cui ogni uomo sulla faccia della Terra potrebbe innamorarsi perdutamente, al punto da rischiare la vita per ritrovare quegli occhi, quel corpo e quel sorriso.
Mario Adorf, poi, è l'ideale “orso buono“ chiamato a fare da spalla all'amico incasinato, una figura molto simile al Bud Spencer di 'Quattro mosche di velluto grigio“.
Parentesi assurda: ogni volta che vedo Mario Adorf non riesco a trattenermi dal pensare a come deve essere un suo rutto da Cocacola; immagino un'esperienza mistica con contorno di scosse telluriche, una versione selvatica del famoso crescendo della sigla THX classica.
Un pensiero che - sulla MMG - non poteva mancare.
Filippo
Filippo dice: 
Ratings:
talmente brutto che e' ad un passo dal sublime
brutto, soldi buttati
cosi' cosi'
bello
bellissimo, da non perdere

Che malinconia. Un film un po' topata soprattutto per il finale ma davvero pregno d'ansia ancora oggi, trenta e rotti anni dopo.
Ma gli occhiali del sacerdote nel finale?
Alle scorregge di Charlize Tayron, ci avevi già pensato..?