Di Tsui Hark, con Leon Lai e Charlie Yeung; formato: 2.35:1; 2005
Siamo in Cina, più o meno nel 1600. Un editto della nuova dinastia Qing vieta ai civili la pratica delle arti marziali, e pertanto Vento di Fuoco e la sua truppa di mercenari decidono di andare in giro ad ammazzare tutti (?). Tuttavia, in soccorso del villaggio della “Società del Cielo e della Terra“ si mobiliteranno le sette spade di cui nel titolo.
'Seven swords' è forse la dimostrazione che il cinema di Hong Kong è passato dalla barbarie alla decadenza senza attraversare il periodo della civilizzazione. Ammesso che fosse questo il suo intento, Tsui Hark ha confezionato un film che assomiglia a 'I sette samurai' di Kurosawa più o meno quanto “I sette magnifici Jerry“.
Almeno una volta uno poteva guardarsi in santa pace il suo wuxia pian (film di cappa e spada alla orientale), con botte, sprangate, zompi di sette metri e teste decapitate - rozzo e naif e quanto ti pare, ma divertente - senza doversi sorbire le velleità pseudo-artistiche del regista. Invece oggi neanche questo: vai al cinema per goderti un po' di sana violenza e ti ritrovi in mezzo a due ore e ventiquattro minuti di tramonti che ricordano lo spot dell'Amaro Montenegro, personaggi e dialoghi tra il retorico e il comico involontario (“Bevi il sangue del tuo nemico. Dopo non ne avrai più paura“), una trama che non ha né capo né coda e va avanti per asindeto, facce orientali occidentalizzate con improbabili nasoni e - orrore degli orrori - sequenze di combattimento quasi sempre incomprensibili, perché - in genere - realizzate con una steady-cam applicata al lobo dell'orecchio sinistro dello spadaccino.
Per giustificare un simile scempio qualcuno tirerà in ballo l'originalità della cultura orientale, la narrazione circolare, il fatto che i cinesi hanno una diversa estetica dell'eroe e del duello? Se mi è consentito dire che un occidentalissmo film con Chuck Norris è una cagata, posso permettermi fare altrettanto con un film di Hong Kong o con uno girato a Samoa.
'Seven Swords' fallisce là dove persino l'ultimo dei filmetti con Bruce Lee riesce a colpire nel segno: semplicemente è di una noia mortale. Solo la mia fede incrollabile nella necessità di aprire la mente alle altre mi ha impedito di uscire dalla sala dopo la prima, sconfortante, ora e mezza di proiezione. Viene da mettersi le mani nei capelli se solo si pensa al budget stratosferico di cui ha potuto disporre Tsui Hark: effetti speciali, stupende locations? tutto materiale che, nelle sue mani, è stato praticamente azzerato.
Sentite che cosa sono riusciti a scrivere di Tsui Hark sull'inserto culturale di un noto quotidiano, per paura di fare la figura dei provinciali burini: “Tsui Hark è il dizionario enciclopedico dell'estremismo etico ed estetico contemporaneo“ e poi “Un cineasta unico per fraseggio e ritmica della sequenza, visionario e rivoluzionario anche nei tempi, negli sguardi e nella dinamica dell'immagine“. Sì, d'accordo, regista di pellicole apprezzabili e riuscite ('The Blade'), ma anche di vaccate infami come 'Double team', film con l'accoppiata Rodman-Van Damme, per chi lo avesse rimosso.
Certo, in 144 minuti di pellicola qualcosa di buono c'è: l'ironica recitazione di Vento di Fuoco (ecco, magari il suo personaggio ricorda un po' il Calvera di Eli Wallach ne 'I magnifici sette'); il duello finale tra due pareti strettissime; l'affascinante spada che si maneggia come un flauto (ma le altre spade sono una mezza stronzata, e non entusiasmerebbero neppure il re dei Nerd). E poi, virtuosistica ma sprecata (e a volte semplicemente kitsch) la fotografia.
Probabilmente la verità è che le cose migliori Tsui Hark le ha realizzate standosene buono buono dietro ad una scrivania (producendo la divertente serie 'Storie Di Fantasmi Cinesi' e il gangster movie di John Woo “The Killer“) e non dietro ad una cinepresa, e probabilmente la verità è che un film che è un incrocio tra 'Superman', 'Il signore degli anelli', 'Flashdance' e l'Iliade (è tratto da un classico della letteratura orientale, di Liang Yu Shen) non credo possa prendersi troppo sul serio.
Altro che “estremismo estetico“ o “dinamica dell'immagine“; la vera rivoluzione sarebbe questa: smetterla di far girare opere mastodontiche a buoni direttori della fotografia, e cominciare a richiamare i registi.
Capito, Michael Bay?
Guglielmo
Guglielmo dice: 
Ratings:
talmente brutto che e' ad un passo dal sublime
brutto, soldi buttati
cosi' cosi'
bello
bellissimo, da non perdere
Sito ufficiale: http://www.sevenswordsthefilm.com/

ujZKviAKNQfbzghpRO
I wanted to spend a muinte to thank you for this.
Filippo scrive:
Per Paolo
Non sono l'autore della recensione, ma se c'è da fa' una correzione la devo fa' io, quindi: grazie per l'osservazione, Paolo, ora sistemo.
Ah, e comunque non sei pedante, sei preciso, il ché è un bene!
scusate la pedanteria, ma...
Ching si scrive Qing. Mi spiego: il sistema di traslitterazione pinyin, introdotto dal partito negli anni '50 e ormai accolto in tutto il mondo, dovrebbe aver del tutto sostituito i primi sistemi messi a punto da studiosi occidentali anglofoni (anche se vecchie grafie qua e là resistono). In questo modo Mao Tse-Tung diventa Mao Zedong, Peking (Pechino) diventa Beijing, Ching si trasforma in Qing ecc ecc ecc.
più o meno ci siamo...
Cinema e spettacolo ti dà abbastanza ragione :
Cina del 1600: un editto imperiale vieta l'impiego delle arti marziali come strumento di difesa dai briganti. Gli eserciti del governo fanno rispettare le leggi, massacrando tutti i trasgressori e intascando laute ricompense. Un villaggio di contadini chiede aiuto allora ad un vecchio maestro e ai suoi spadaccini. Tsui Hark è una delle personalità più importanti del cinema di Hong Kong, realtà che ha contribuito a rinnovare agli inizi degli anni '80 insieme a gente come John Woo, anche se da noi rischia di essere ricordato per i non entusiasmanti Double Team e Hong Kong colpo su colpo. Nonostante il fantasma di Kurosawa, Seven Swords è un classico wuxiapian (cappa e spada all'orientale), genere da lui stesso "rifondato" (sua la serie Once Upon a Time in China) e noto in Italia al grande pubblico grazie agli ultimi lavori di Zhang Yimou (Hero e La foresta dei pugnali volanti). Meno raffinato del regista cinese, Hark restituisce carne e sangue ai suoi personaggi dando vita ad una vicenda in cui non mancano arti mozzati, teste che rotolano e scontri mortali (bellissimo quello iniziale). Il difetto sta nell'eccessiva lunghezza, che rischia di stancare lo spettatore, e in qualche ingenuità di sceneggiatura mentre i momenti migliori non sono i duelli, dalle geometrie fin troppo complesse, bensì i paesaggi aperti e certe derive western, come quella in cui i protagonisti cavalcano insieme per veder sorgere il sole o la sosta al fiume. Non eccezionale comunque, ma va misurato col metro di un cinema di genere e popolare. Il film ha aperto la 62a Mostra del Cinema di Venezia.
Almeno a me...
...DB ha pagato il biglietto!