Di Cristophe Gans, con Mark Dacascos e Julie Condra; formato: 1.85:1; 1995
Yo Hinomura, un vasaio giapponese, è il Freeman: un killer suo malgrado, costretto ad uccidere per conto di una potente organizzazione cinese, in guerra con la Yakuza. Quando però si trova a dover eliminare Emo O'Hara, la testimone di un suo delitto, qualcosa scatta in lui e decide di ribellarsi al suo destino.
Tratto da un famoso manga disegnato dall'iperrealista Ryoichi Ikegami, 'Crying Freeman' mette da parte gran parte delle efferatezze della sua controparte stampata (che abbondava in teste sfondate, stupri e sesso esplicito) per concentrarsi invece sul rovello interno del Freeman, killer che agisce sotto ipnosi e che piange sempre una lacrima ogni volta che elimina la sua vittima.
Cristophe Gans, qui al suo primo lungometraggio, sceglie quindi la strada del dramma d'azione, cercando di realizzare una pellicola in equilibrio tra la spettacolarità degli scontri armati e l'indagine psicologica del protagonista, che cerca un riscatto attraverso l'amore per Emo.
Il risultato è un film curioso, un fumettone estetizzante di sicuro non completamente riuscito, ma in grado di affascinare, spingendo sui ritmi del melodramma senza mai scadere nel ridicolo involontario.
Gans si rifà esplicitamente all'action made in Hong Kong, che ha fatto del melò a tinte forti il suo tratto distintivo, e in particolare al cinema di John Woo, che cita apertamente nelle sequenze d'azione.
Il regista però si fa prendere un po' la mano, eccedendo nell'uso del ralenty che raggiunge vette quasi 'merhiane': un conto è frammentare il ritmo di una sparatoria indiavolata con qualche pennellata sapiente, un altro è montare un'intera sequenza d'azione come se si svolgesse sott'acqua.
Gans così, nel tentativo di raggiungere un afflato epico, smorza a volte l'impatto di sequenze d'azione ottimamente coreografate: insomma, quando uno stunt impiega quasi trenta secondi a cadere a terra dopo essere stato colpito, è inevitabile che il pensiero tenti di colmare l'attesa concentrandosi sul latte scaduto nel frigo.
Il film riesce comunque ad azzeccare diversi momenti spettacolari, grazie soprattutto ad una fotografia ispirata, che valorizza le coreografie, e ad un protagonista prestante, che riesce con le sue evoluzioni a far passare in secondo piano lo sguardo bollito ed inespressivo.
L'occhio bovino di Dacascos, tra l'altro, riassume perfettamente tutto quello che non va in questa pellicola: Gans insegue il melodramma a tinte forti, ma - forse per paura di risultare ridicolo - non spinge fino in fondo l'acceleratore, con il risultato che l'eccesso di eleganza e di ricercatezza formale della sua regia finisce per soffocare le emozioni di un film che si rivela molto bello da guardare, ma (a differenza di capolavori come 'The Killer') senza una parvenza di anima.
Sicuramente non un capolavoro, ma se siete cresciuti a pane e manga, potrebbe valere la pena di dargli un'occhiata.
Tiziano
Tiziano dice: 
Ratings:
talmente brutto che e' ad un passo dal sublime
brutto, soldi buttati
cosi' cosi'
bello
bellissimo, da non perdere
