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IL DIAVOLO VESTE PRADA (The Devil Wears Prada) Iscriviti e sarai sempre aggiornato

di David Frankel, con A. Hathaway, M. Streep, S. Tucci; formato 2.35:1; 2006


Si potrebbe liquidare il tutto etichettandolo come un “blockbuster rosa“ ma eviteremo di farlo e non certo per la limitazione sessista dell'affermazione, ma perché bisognerebbe poi disquisire di politiche industriali, di logiche da studios e di marketing cinematografico, insomma, tutta roba buona per recensori dalla vista fin troppo acuta.
Chi ha criticato il film in maniera negativa ha provato ad addentrarsi in questi territori, trascurando in realtà un vecchio binomio caro a Hollywood: libro di successo, film di successo.
Ma anche restringendo la lettura solo a questo si rischierebbe di tirar fuori dalle considerazioni l'aspetto più importante del film, la sua natura di commedia o meglio di satira di costume.
E dato che qui per fortuna siamo abituati a parlare chiaro di quello che è, piuttosto che di quello che dovrebbe essere, sarà bene concentrarsi su questi argomenti.
Sotto la sfavillante favoletta della ingenua giornalista nelle grinfie della spietata direttrice si cela (o si dovrebbe celare) una graffiante critica del mondo della moda, dell'entertainment che lo alimenta e addirittura del precariato lavorativo e ideologico che schiavizza il mondo dell'editoria (niente meno). Insomma, la carne al fuoco c'era pure; bisognava come al solito saperla cucinare...

Altisonante fin dal titolo - che rimane comunque l'elemento più riuscito - e rapida, forse fin troppo, nel gettarsi nella storia, la sedicente commedia sfila di vestito in vestito raccontando la progressiva dannazione (sempre a tinte rosa, per carità) della povera Andy che nemmeno si rende conto che ad ogni passo nella carriera corrisponde una clausola in più nel contratto che sta stipulando con il Diavolo.
Che la storia sia risaputa non è un problema, dato che sull'archetipo ci si vuole costruire una commedia declinata sui nostri orrori contemporanei: l'apparenza, la dipendenza dalla moda, il lavoro come unica certificazione dell'esistenza e il totale asservimento al vacuo - che poi tanto vacuo non è, come cerca di dimostrare l'unica scena in grado di sollevarsi dal pattume, quella in cui Miranda Priestley spiega come persino i grandi magazzini e i vestiti a buon mercato dipendano esclusivamente dai miliardi che girano sulle passerelle. Insomma l'inferno contemporaneo è dorato ed ha come supplizio la superficialità dei rapporti umani e sentimentali e di conseguenza anche la fragilità di come noi consideriamo e amiamo noi stessi.

Il problema è che, visti i risultati, scomodare Faust in questo caso non è nemmeno mancanza di rispetto, quanto vera dimostrazione di incoscienza. 'Il Diavolo veste Prada', infatti, soffre delle stesse malattie mortali che affliggono il cinema medio americano degli ultimi anni: l'incapacità di seguire fino in fondo le proprie premesse. Si regge venti minuti, quando va bene persino un'ora, poi è meglio tornare nel seminato, a prescindere da dove si stesse andando, di quanto interessanti e scaltre fossero quelle premesse e soprattutto di quanto brusca, irrazionale, scialba e persino urticante possa essere l'inversione di rotta in direzione della supina conferma dei valori dominanti.

Non si tratta mica di portata critica che il cinema dovrebbe avere tout-court: queste convinzioni lasciamole agli studenti universitari. Si tratta invece della capacità drammaturgica di tenere in piedi una storia e una struttura che si erano iniziate a costruire nei primi minuti del film. Poi, quando si tratta di sciogliere i nodi che arrivano al pettine, beh, c'è sempre lo stesso paio di forbici per tutti: l'amore trionfa, i buoni sentimenti pagano, le cose che contano davvero non possono essere comprate e in fin dei conti il diavolo non è così brutto come lo si dipinge.
Non è un difetto in sé, dato che ci sono ottimi film che arrivano a tali conclusioni. Ma una colpa ingiustificabile se il film vuole essere Il Diavolo veste Prada.
La colpa infatti è proprio quella: per quanto indossi Prada questo Diavolo non è affatto così brutto come lo si voleva dipingere. Tutto il film corre a perdifiato verso una conclusione che non è un climax ma un vero e proprio precipizio mortale.

segue SPOILER inutile, ma comunque SPOILER

A dieci minuti dalla fine la bella Andy ha soffiato il posto alla collega, è diventata il braccio destro della stronzissima direttrice, è a Parigi e si è persino scopata il belloccio (che, per inciso, altri non è che Simon Baker, il protagonista de 'La terra dei morti viventi'. Fa un certo effetto rivederlo snob e vagamente dandy tra i flute di champagne parigini... aridateje Asia Argento!). Se ha dei dubbi, li ha lasciati a casa, nei pantaloni sporchi del suo sfigato fidanzatino dal cuore tenero. Troppo pochi e troppo deboli per poter emergere in quel momento.
E allora, come risolvere da un punto di vista filmico e narrativo questo problemuccio di non saper come chiudere la storia? Con un errore ancora più grave: è la stessa stronzissima direttrice a rivolgersi ad Andy, a farle lo spiegone finale neanche fosse un cattivo di James Bond, dicendole che tutto quello che si perde - amore, vita serena, onestà, buoni sentimenti, posto in paradiso e biscotti del Mulino Bianco - non ha valore di fronte al luccicante mondo del successo, perché tutti, nessuno escluso, vogliono essere dove loro si trovano in quel momento: in cima alla scala sociale, nel pieno centro del movimento mondiale della moda, dell'editoria e dell'entertaintment.
La povera Andy allora capisce che è davvero così: per restare dove si trova in quel momento, nel sedile posteriore di una bella limousine, deve rinunciare all'amore, alla vita serena e a tutto il resto. Ed ovviamente non ci sta. Lo capisce lì, in quel momento, e solo perché è stata l'antagonista a dirglielo. Che insomma è un po' come dire che il Diavolo convincesse Faust a non vendergli l'anima perché in fondo all'inferno si sta proprio da schifo.
La reazione è immediata: la Streep va a farsi fotografare dai paparazzi e la Hathaway gira i tacchi, butta il cellulare della redazione nella fontana e se ne va sorridendo.
Basta questo? Per farci urlare di dolore sì, ma il regista (il mediocrissimo Frankel che proviene dagli episodi di 'Sex and the City') compie l'ultima marchetta in favore dell'anziana diva: inquadratura finale e altrettanto sorridente in seguito ad un loro fortuito incontro successivo, quando Andy è tornata ad essere l'idealista giornalista che voleva diventare (e che in realtà già era). Un sorriso angelico perché il Diavolo, ovviamente, alla fine è solo un'acida vecchia zia.

fine SPOILER

Viene da chiedersi se la stessa Streep avrebbe mai accettato di interpretare un personaggio senza redenzione, esattamente stronzo come si comporta, un personaggio privato della comprensione finale, del suo aspetto tutto sommato fragile e della sua natura fondamentalmente onesta. Probabilmente no, altro segno della decadenza hollywoodiana, incapace di far abbracciare alle sue star ruoli negativi se non possono essere alla fine compresi, spiegati, giustificati dal pubblico pagante che si aspetta sempre e comunque che l'orco cattivo in fondo non sia più cattivo di Shrek.

Da un punto di vista strettamente cinematografico, l'aspetto è di una portata sorprendente. Non stiamo parlando di ripercussioni sociali, di cinema come specchio della realtà o come sua mistificazione edulcorata e non stiamo parlando nemmeno di censura morale o ideologica sulla creatività degli autori.

No, dal punto di vista strettamente cinematografico, dicevamo, il politically correct non è altro che l'incapacità di chi scrive e di chi dirige di portare a compimento le premesse da cui sono partiti.
Tutto qui. La cosa vale anche in altri settori e se fosse tutto alla luce del sole ci sarebbe assai meno ipocrisia (pensate per un momento alla televisione italiana, il cui alibi continuo è l'impossibilità di portare sullo schermo alcuni temi o contenuti, cosa che non mette sotto la giusta lente di ingrandimento l'incapacità di scrivere o dirigere tali temi o contenuti).

Ma detto sinceramente, saremmo passati anche sopra a questo perché in fondo siamo incazzosi ma di bocca buona se il film, piuttosto banalmente, avesse assolto il suo compito: quello di far ridere, o sorridere.
Per carità, non dico che siamo di fronte ad un mattone senza capo né coda. Ma forse era lecito aspettarsi qualcosa in più delle solite battute affidate al cliché per eccellenza, lo stilista frocio (il sempre valido Stanley Tucci) o un paio di punch-lines della brava Emily Blunt nel ruolo assai più scomodo della segretaria convinta e sgradevole, workaholic e fashion-addicted. Battute che fanno ridere solo perché sono al di fuori dei personaggi che le pronunciano e che sottolineano l'ulteriore incapacità di portare avanti il racconto poiché ammiccano al pubblico e tradiscono la natura dei personaggi che le dicono (quella della segretaria sulle coliche come strumento per raggiungere il peso forma grida ancora vendetta).

Si rimane con tanto amaro in bocca, perché ancora una volta tutto si riduce al titolo e, quando va bene, al trailer. Tutto il resto è minutaggio, product-placement e pilota automatico.
In conclusione, spazzaturina fashion da due stellette della MMG.
Vade retro, Streep.

Motosega

Motosega dice:


Ratings:

talmente brutto che e' ad un passo dal sublime

brutto, soldi buttati

cosi' cosi'

bello

bellissimo, da non perdere



Sito UfficialeSito ufficiale: http://www.devilwearspradamovie.com

TrailerTrailer: http://imdb.com/title/tt0458352/trailers

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I commenti degli utenti


karlita scrive:

 

ah dimentikavo...resta sempre una kagata d film


Inviato il 24/03/2008

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karlita scrive:

 

comunque il massimo lo ha raggiunto Anne Hathaway quando ha dichiarato sconsolata in1 scena del film:"sì,sono BRUTTA,GRASSA...e allora?" Le persone normali ke dovrebbero fare,ALLORA??????


Inviato il 24/03/2008

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Simo scrive:

 

Macche merilstrip, Anne Hathaway è l'unica motivazione validaper fare e vedere sto film, anche se avrei tagliato tutte le scene tranne quando lei è in desabigliè e le avrei messe in loop per due ore, a proposito qual'era la trama? le c'è la vuole fare ma poi sceglie l'amore e la cattivona non è poi cosi cattiva? Ah si ora ricordo:"tette...Anne...Hathaway...il mio tesssorooo!"


Inviato il 24/07/2007

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Novizia scrive:

 

Allora. Commento un po' logorroico e pesante, ma oggi ho questi attacchi, ho scoperto come commentare e se posso lo faccio. Perdonatemi se potete, e se non potete ciccia.
Ho studiato moda per 4 lunghi anni, passando dal design al marketing e a tutto il meno sfavillante dietro le quinte di un settore che mi ha sempre affascinata. Non sono una fashion victim e anzi, ho capito molto presto che in questo mondo essere fashion victim vuol dire perdere.
Con questa premessa: posso dire e giurare davanti a tutti che:
a) il mondo della moda è molto poco scintillante e desiderabile
b) di come ti vesti non gliene frega niente a nessuno
c) le gag di questo film sono stupide all'inverosimile (gabbana con quante b? ma per piacere si vede lontano miglia che sei un'attricetta-so-cool che conosce tutte le ultime uscite dei marchi, sei POCO CREDIBILE!)
d) le perfidie che vengono riportate sono comunemente in uso in ogni settore che si rispetti se vuoi arrivare alle alte sfere, così come la rinuncia alla vita privata.

Un'ultima ragione x cui ho odiato questo film è che ha permesso a professori, consulenti e cialtroni vari di giustificare grossi limiti d'inserimento e di innovazione nel settore della moda, con scuse della plausibilità di "è un po' come il diavolo veste prada, eh he."
E Meryl Streep è brutta, inespressiva e incapace a recitare (l'ho detto! l'ho detto! finalmente!)
Anne Hathaway è assolutamente insopportabile nel suo fingere di non capire la differenza tra una testata qualsiasi e una di moda (speriamo la ragazza non faccia successo, purtroppo però è carina, quindi qualche parte continueranno a dargliela poveri noi...)
Si salverebbe il gay, peccato però che è stereotipatissimo, come del resto emily, e tutto il contorno (amici di lei, lavoratori del giornale etc...) che ruota attorno ad una storia banale e insulsa.
Cmq non ho letto il libro, dove pare che le implicazioni fossero più profonde...mah.



Inviato il 24/07/2007

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mac guffin scrive:

Streep

Mi è piaciuto perchè c'era la Streep: la più grande attrice di tutti i tempi, e non ci sono cazzi. Il film sta in piedi grazie a lei.
Un applauso anche a Tucci.


Inviato il 21/07/2007

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edgarabito scrive:

UN PLAGIOOOO!!!!

Film tratto da best seller????? STORIA ORIGINALE???????? Ma guardate "il prezzo di hollywood", 1994 con Kevin Spacey.... E' UGUALE, sen PIU' BELLO!!! Di sicuro, antecedente, e quindi degno di originalita' della trama....


Inviato il 06/05/2007

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Stella scrive:

 

No ragazzi...è stato bello il film...beh certo,se non vi intendete di moda...ovvio che lo considerate brutto...


Inviato il 01/03/2007

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Margot scrive:

 

Ma... ma.. ma... a me è piaciuto... :( [finale a parte, quello fa davvero schifo]


Inviato il 03/02/2007

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john frustante scrive:

risposta

è una povera donnetta demente come lo è chi la apprezza fino a farne un mito...


Inviato il 15/12/2006

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moglie scrive:

 

wow!
chi è anna wintour


Inviato il 09/12/2006

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mica scrive:

 

grande signorilità, perchè la citazione era velata e lei non l'ha svelata...avrà fatto il suo solito sorriso di ghiaccio, avrà inforcato gli occhiali e se ne sarà andata :-)
che donna!
quella ha due palle cosmiche


Inviato il 23/11/2006

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Dice... Motosega scrive:

Per Mica

Già, l'ispirazione alla wintour è chiara fin dal libro.

A proposito: sembra che la Wintour abbia snobbato la Streep nella proiezione ufficiale. Non l'ha mai guardata in faccia, non le ha nemmeno stretto la mano...

Autodivismo o pazzia pura?



Inviato il 22/11/2006

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mica scrive:

 

questo film l'hanno fatto per rendere eterna anna wintour. la direttrice è ispirata -diciamo copiata- da lei, e infatti la stampa mondiale ha versato fiumi di inchiostro aspettando che anna wintour vedesse la prima.


Inviato il 22/11/2006

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