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Di Alejandro González Iñárritu, con Brad Pitt e Rinko Kikuchi; formato: 1.85:1; 2006


A volte bisognerebbe dire, semplicemente, che il Re è Nudo.

Oppure, se non si vuole essere così puri, ci si potrebbe lanciare in articolate analisi su forma e contenuto, su come la prima e il secondo abbiano pari dignità, o su come sia più importante la prima rispetto al secondo o anche viceversa...

In sostanza, abbracciando la possibilità dell'analisi si può dire tutto e il contrario di tutto.
Dunque, per una volta, eviteremo di farlo e proveremo ad essere diretti, lineari, concreti.

'Babel' è un pessimo film.

Inarritu alla regia e Arriaga alla sceneggiatura sono i fratelli Vanzina del cinema d'autore.

Come loro, anche il duo messicano rifà in continuazione lo stesso film, a prescindere da cosa il film stesso racconti o mostri. Finora (e in questo i Vanzina si sono dimostrati persino più versatili) hanno riprodotto per tre volte lo stesso tipo di racconto: grossolano materiale narrativo “intellettualizzato“ da una struttura che rifugge la linearità temporale.

Il pubblico raffinato, come spesso accade, abbocca scambiando per originale lucidità quello che è il più banale e disperato trucco di sempre: alterare il “come“ per nascondere la devastante pochezza del “cosa“.

Quello che in qualsiasi genere cinematografico verrebbe chiamato clichè o limite narrativo, nel cinema d'autore viene definito “cifra stilistica“. Potremmo già chiuderla qui, ridendoci sopra. Ma proviamo a stare al gioco e proseguiamo.

Di cosa parla 'Babel'?

Quattro storie ai confini del mondo si influenzano (più che intrecciarsi) dando vita ad un affresco sulla globalizzazione con la logica del vecchio apologo della farfalla che sbatte le ali a Tokyo generando un temporale in Messico e una tempesta in Marocco.

Già detta in tre righe emerge l'originalità dell'assunto. Figuriamoci nello sviluppo.

Brad Pitt e Cate Blanchett si perdono in Africa per ritrovarsi come coppia e in fondo fa così tanto Antonioni. Già visto, grazie.
Anche la ragazzina giapponese sordomuta che non riesce a comunicare (dai, sottolineiamo un altro po') fa tanto Antonioni. Già visto, grazie.
Gael Garcia Bernal accompagna la zia cicciona, badante dei figli della coppia Pitt-Blanchett (tra cui la sorella meno famosa di Dakota Fanning), alle nozze del cugino in un villaggio messicano che fa tanto “Il mio grosso grasso matrimonio greco“. Pure loro non riescono a comunicare coi poliziotti di frontiera nel loro ritorno in California. Già visto, grazie.
E i pastorelli marocchini che si masturbano e poi sparano per sbaglio a Cate Blanchett con un fucile che il padre della giapponesina aveva regalato ad un altro pastore marocchino fa tanto stronzata. E ovviamente neanche loro riescono a comunicare con la violenta polizia locale. Già visto, grazie.

Alle soluzioni scontate si accompagna il moralismo del professore in cattedra, una velleità di volerci spiegare come stanno le cose che nessuno ha il coraggio di commentare come esecrabile solo perché Inarritu e Arriaga vengono dal Messico e quindi, poverini, il loro punto di vista in fondo deve essere sincero, urgente, politico.

Ma Inarritu e Arriaga sono (già) diventati più borghesi di Baricco e il loro - come al solito - non è cinema impegnato, scomodo, pericoloso per l'establishment.
È cinema da salotto, lavacro inutile di coscienze e la presenza di Brad Pitt (la star alternativa più ancora alternativa di Clooney - che però almeno i suoi soldi ce li mette nei progetti in cui crede e che comunque ha la capacità di scegliere film davvero scomodi e di gran lunga migliori, vedi 'Syriana'), la presenza di Brad Pitt, dicevo, lo conferma, se mai ci fosse bisogno di tirare in ballo le candidature all'Oscar.
All'Oscar!

Cinema da salotto. Cinema assimilabile, per quanto indigesto.

E 'Babel' indigesto non lo è negli scopi o nelle intenzioni, perché se fosse così sarebbe solo un “film sbagliato“. È nella sua natura esclusivamente cinematografica che 'Babel' è indifendibile.

La narrazione multilineare non può ridursi ad onanismo compiaciuto. E se persino '21 grammi' provava quanto meno ad imbastire una tessitura emotiva del racconto, tralasciando la continuità ma montando i picchi del racconto in ordine crescente, qui invece l'attitudine moralistica prevale su tutto, nella speranza che la potenza evocativa dell'ellissi e del non detto - nonché delle immagini, tutte piuttosto banali - possa colmare lo scarto dettato dall'incapacità di costruire storie che siano convincenti.

A prendere ogni singola storia dall'inizio alla fine, ci ritroveremmo di fronte a quanto di più trito sia possibile presentare sulla schermo. La noia che emerge nel raccontarle non giustifica la loro alterazione cronologica che si riduce a un “famolo strano“ alla Verdone.

Non mi venissero a tirar fuori vecchiume come “la perdita di senso“, “la perdita di centro“, “l'irriproducibilità organica“, “la frammentazione“.
Per parlare di noia non bisogna annoiare, per parlare di incomunicabilità non bisogna non comunicare.
Troppo semplice.

Né tanto meno Inarritu e Arriaga offrono una rappresentazione inquietante e non consolatoria del panorama “globalizzato“, cosa che il film pretende di raccontare.
'Babel' in questo è conservatore, classista, persino razzista negli esiti delle sue storie: i poveri devono morire poveri e gli oppressi devono morire oppressi. Sarebbe solo un cinico e inutile specchio dello “stato delle cose“ se tutto questo fosse dovuto alla loro impossibilità di ribellarsi. Ma no, non è così: i ricchi e rifocillati Inarritu e Arriaga (ora integrati al sistema che graffiano con le loro carezze) affogano e distruggono i loro personaggi sconfitti motivando in qualche modo la loro “inferiorità“ rispetto ai benestanti. Insomma, stanno male perché in fondo se lo meritano.

Segue SPOILER

La badante messicana non sarebbe stata espulsa se avesse “obbedito“ agli ordini del suo padrone Brad Pitt. Suo nipote Gael Garcia Bernal (in una parte ridicola per spessore e contenuto), che fugge ad un controllo della polizia, la condanna non perché è un “messicano oppresso dagli americani“ ma perché - proprio come gli hanno detto zia e cugino - è “il solito ubriacone“.

I pastorelli messicani non sarebbero morti se il loro padre in maniera così “selvaggia e diseducativa“ per lo standard civile dell'Occidente non avesse dato loro in mano il fucile con cui sparano alla povera Cate Blanchett.

Le uniche due famiglie che se la cavano sono proprio Pitt-Blanchett (lei sembra morire dissanguata quasi sul colpo e poi sopravvive pisciandosi addosso in una catapecchia marocchina) e la coppia giapponese padre-figlia, dove un silenzioso abbraccio con lei nuda sul balcone - un plauso all'attrice Rinko Kikuchi che non ci risparmia niente - fornisce il pretesto per la carrellata finale/digitale che chiude il film.

Fine SPOILER

Agghiacciante.

Al duo messicano Hollywood ha concesso il contentino di farli accomodare nel salotto buono ma non ha loro concesso il permesso di sedersi, nemmeno con una statuetta.
Il premiato è il solito Gustavo Santaoalla, autore immenso, che qui ricicla il capolavoro che già Michael Mann aveva usato in “Insider“.

E se davvero ci tenete a distruggere per sempre Inarritu, allora confrontate l'uso che il messicano fa di quella traccia “Iguazu“ nel suo film (la scena dell'elicottero) e poi guardate in che modo la usa Mann (connotando l'attesa e la scelta personale di Russell Crowe prima della sua deposizione).

Segue SPOILER

È una musica, “Iguazu“, che di per sé, è un climax. È struggente, è straziante.
Mann la usa per raccontare un silenzio e una scelta interiore.
Inarritu per sottolineare il momento più enfatico del film, l'happy end dell'elicottero.
Il primo riesce ad emozionare con un'attesa, il secondo sottolinea ciò che già è esplicito.

Fine SPOILER

È un cinema di cui facciamo volentieri a meno, perché si spaccia per avanguardia culturale, per nuovo impegno artistico, per voce fuori dal coro quando non riesce ad essere nemmeno sguardo, punto di vista, racconto.

Motosega

Motosega dice:


Ratings:

talmente brutto che e' ad un passo dal sublime

brutto, soldi buttati

cosi' cosi'

bello

bellissimo, da non perdere



Sito UfficialeSito ufficiale: http://www.paramountvantage.com/babel/

TrailerTrailer: http://www.imdb.com/title/tt0449467/trailers

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I commenti degli utenti


Dice... Motosega scrive:

Per "Uno Imbastito Dalla Paraculaggine..."

Innanzitutto grazie per il presunto "spessore critico" che hai trovato in altre mie recensioni.

E' effettivamente vero che quella per Babel è stata scritta con lo stomaco - proprio per la forte reazione negativa che il film mi ha suscitato - ma questo non basta per evitare di rispondere alle tue osservazioni.

In realtà, non critico Babel perché il duo Inarritu-Arriaga si è "imborghesito".
Ad essere "borghese" - ma soprattutto conservatrice se non reazionaria, come dico nella recensione - è la prospettiva, il punto di vista con cui le storie vengono narrate.

E sempre alle intere storie, alle linee narrative, (e non alle singole scene, come hai detto nel commento) mi riferisco quando cito i riferimenti agli film o agli autori.

Puntare il dito contro il suo essere "cinema da salotto", cinema innocuo e assimilabile, era un dovere necessario soprattutto se si pensa al contesto critico nel quale Babel è stato accolto. Aldilà dei premi ufficiali, anche gran parte della critica ne ha sottolineato il valore "civile e politico".
Ecco perché - per me - andava sottolineato questo tipo di inganno.

Le chiavi di lettura che tu suggerisci sono altrettanto possibili (soprattutto se si fa riferimento al titolo, Babel, di certo più legato ai concetti di comunicazione e di parola piuttosto che ai contenuti politici o alla globalizzazione) ma non solo questo ci riporterebbe comunque al concetto di incomunicabilità da me riportato citando il fu Antonioni ma andrebbe a trascurare l'aspetto più importante del film, la sua dinamica principale che è la concatenazione degli eventi: ad esempio, Pitt e la badante messicana si comprendono benissimo tra loro ma ciò non evita che la loro reciproca interazione porti al dramma; il padre e i figli in Marocco parlano la stessa lingua eppure non scampano alla tragedia.

Infine, il riferimento a Syriana: la portata scomoda di Syriana risiede soprattutto nella sua prospettiva esclusivamente occidentale. E' un film americano fatto per gli americani (o se vuoi, occidentale fatto per gli occidentali). E' un guardare all'interno di un sistema che in superficie (stampa, tv, etc.) non viene raccontato. Non è mai moralista o moralizzatore, (colpa clamorosa e perenne del duo messicano) ma è rivelatore nella sua lucida e distaccata osservazione.



Inviato il 05/09/2007

top della pagina

AndreaF scrive:

Bella recensione.

Finalmente!. Non riesco proprio a capire perche', ma molti lo hanno trovato bello od interessante. Inoltre fino ad ora non ero ancora riuscito a trovare un commento che riuscisse a descrivere efficemente i difetti e le stoltezze che mi hanno fatto disprezzare questo film


Inviato il 03/09/2007

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Uno imbastito dalla paraculaggine ;) scrive:

Per nulla d'accordo

Trovo la tua recensione pessima. Ti scagli contro Arriaga e Inarritu, sollevando un polverone che nasconde la pochezza di uno spessore critico ampiamente sotto gli standard di altre tue recensioni, e lo fai, ahimé, con il più classico, facile e infelice dei pretesti: "Il film è una merda perché l'autore si è imborghesito".
Perché vedi, al di là di paroloni e paragoni piuttosto fuori luogo (fa cadere le braccia *come* tu vada a tirare il ballo Antonioni. Sezionando un qualsiasi film in ogni sua singola scena o situazione, allora praticamente tutto è stato già visto... ma grazie al cazzo direi!), sul film non dici praticamente nulla: quasi ogni tua parola è ricondotta alla (e motivata dalla) frase di cui sopra. La storia non convince PERCHE' tutto è borghese, moralista, fatto per un cinema da salotto, e chi più ne ha più ne metta.
Per me Babel funziona, fa il suo lavoro senza alzare la voce e gli avrei dato quattro stelle - se non cinque. Certo, se ad uno il film non piace c'è poco da fare. Allora ci sta tutta la recensione negativa, ma senza l'altezzosa pretesa di puntare il dito con argomentazioni più che discutibili. Per esempio, l'unica chiave di lettura del film che hai messo in luce è stata il definirlo "un affresco sulla globalizzazione con la logica del vecchio apologo della farfalla che sbatte le ali a Tokyo generando un temporale in Messico e una tempesta in Marocco", a dimostrazione del fatto che forse eri troppo occupato a sputare veleno sui due presunti borghesi per pensarci giusto qualche minuto in più (oltretutto penso che il butterfly effect non rientrasse affatto tra le idee dalle quali è nata la sceneggiatura nella mente di Arriaga). Bah. Si poteva parlare di elasticità del linguaggio umano (croce e delizia della comunicazione tra esseri intelligenti), del paradigma sociale e politico che ormai via via vi si sostituisce, del potere della parola; si poteva parlare di tante cose, ma tant'è.

P.S.: E poi cerchi tanto di fare la voce fuori dal coro, il contestatore, e definisci Syriana un film "davvero scomodo"? Ma fammi il piacere.. senza offesa, sia chiaro. :P


Inviato il 02/09/2007

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Daniela scrive:

zzzzzzz

per essere drammatico è drammatico, come no, drammaticamente noioso. Il climax lo raggiunge quando la coppia americana ordina all'inizio del film melanzane fritte e coca cola, il resto è di scarso interesse


Inviato il 15/05/2007

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Andrea scrive:

O capitano mio capitano

Massì, vaffanculo ad Inariditu, sono perfettamente d'accordo su tutto.


Inviato il 08/03/2007

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BERTO scrive:

SOTTOSCRIVO

Grande motosega che non si è fatto imbastire dalla "paraculaggine" di babel! amores perros era molto meglio vero? quando inarritu non si era ancora schifosamente imborghesito e assoggettato all'establishment come ha fatto ora, cercando in modo subdolo di dare ad intendere che lui fa film originali, toccanti, profondi.. ma de che! a me non è piaciuto neanche 21grammi!


Inviato il 08/03/2007

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