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CONTROL (id.) Iscriviti e sarai sempre aggiornato

Di Anton Corbijn, con Samantha Morton e Sam Riley; formato: 2.35:1; 2007


Prima di iniziare a dir qualcosa sul film di Anton Corbijn sarà meglio precisare che il sottoscritto ha avuto la fortuna (o la sfiga) di crescere negli anni ottanta, seguendo una trafila di ascolti musicali che immagino assai comune al tempo: dal post-punk inglese che si era ormai già definitivamente evoluto (o imbastardito) in new wave fino all’hardcore statunitense di marca whasingtoniana/bostoniana, riempiendo da lì ogni tassello del puzzle e tornando indietro con gli anni.

I Joy Division sono quindi nel mio cuore, semplicemente LA band insostituibile e continueranno a esserlo per sempre. Dalle prime cose recuperate su musicassetta, ai demo dei Warsaw su su fino ai vari flexi e altre rarità, il tutto ovviamente acquistato di seguito anche su CD.

Detto questo, guardare 'Control' talvolta è come appendersi per le palle a dei ganci arrugginiti in una stanza spoglia e scoprire di non riuscire comunque a sanguinare, nemmeno se sotto mestruo.
Corbijn brilla unicamente dove il mestiere gli permette di brillare, ovvero nella composizione di continui, splendidi, memorabili quadri monocromatici e immobili (ma, giustamente, chi si è mai immaginato i JD colorati e in movimento?) che non riescono a renderci pienamente la grandezza di quel mito.

'Control' è come un film di Cassavetes senza le sceneggiature e i personaggi di quest’ultimo: perduti nei meandri della questionabile biografia della moglie di Curtis, regista e sceneggiatore perdono di vista sia l’atmosfera dei tempi (appena accennata in qualche inquadratura sparsa) sia la potenza delle canzoni, preferendo trincerarsi nella mera agiografia, compiendo il più grande degli errori possibili.

Sì perché, come molti grandi artisti, Ian Curtis era poi un uomo piccolo e meschinetto, insopportabilmente debole persino per il fan accanito.
Guardando la biopic di Corbijn ci rendiamo definitivamente conto di una cosa che non si vorrebbe mai realizzare: noi dark-new waver non eravamo altro che gli EMO di quei tempi e ci siamo scelti una serie di figure di riferimento imbarazzanti per pochezza umana.

Assistiamo quindi alla ulissiade di un grigio borghesuccio, schiacciato fra l’incapacità di reagire all’epilessia e la leggerezza che lo spinge a sposarsi giovanissimo e a rincarare la dose con una figlia.
Senza attributi, il nostro subisce sia la moglie che la musica, scappa a ogni svolta salvo poi tornare con la coda fra le gambe, quando le cose si complicano invece di risolverle in modo netto in una direzione qualsiasi preferisce complicare il tutto con altre scelte leggere, fingendo un amore per Annik Honoré, senza riuscire a vivere pienamente nemmeno quello.

Vero, il povero Ian non ha nemmeno tutte le colpe: l’epilessia è una brutta bestia e trovarsi a 19 sposato a un’amorfa in vestaglia non è il massimo della vita, ma nemmeno comporre tutto un film di questi patetici quadretti è una scelta popolare.
Specie se non si resiste a un uso manipolatore e ovvio della musica, 'Love Will Tears us Apart' in primis, dio mio, ma ogni scelta e timing delle canzoni, in realtà.

Cosa rimane cui aggrapparci unghie e denti?
Facile. La fotografia, come detto. Ogni inquadratura potrebbe appartenere a un ideale servizio fotografico sulla band e sul leader.

E il buon casting, a partire dal protagonista. Ovviamente tutti upgradati e resi più bellini, come da abitudine nei film biografici: se mai si decideranno a filmare il fugace amore fra Leonard Cohen e Janis Joplin state pur tranquilli che nel Chelsea Hotel ficcheranno Brad Pitt e Angelina Jolie, come minimo.

Poi alcune canzoni, ovvio.
Impossibile resistere appena partono le prime note del basso e alcune scene di concerti e performance riscattano l’intero lungometraggio, dai casini a Derby fino agli attacchi di epilessia sul palco.

Forse poco.
Certamente poco se non siete fan della band. Sicuramente abbastanza se avete sempre amato i Joy Division.
Se siete comunque in cerca di qualche cosa di più interessante, meglio recuperare anche solo il '24 Hour Party People' di Michael Winterbottom, che affronta l’epoca in modo ben diverso e più interessante.

N.B.: la recensione si riferisce all'edizione originale americana del film; un'eventuale versione italiana, quindi, potrebbe differire per alcuni particolari.

Elvezio

Elvezio dice:


Ratings:

talmente brutto che e' ad un passo dal sublime

brutto, soldi buttati

cosi' cosi'

bello

bellissimo, da non perdere



Sito UfficialeSito ufficiale: http://www.controlthemovie.com/

TrailerTrailer: http://www.imdb.com/title/tt0421082/trailers

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I commenti degli utenti


Erika scrive:

 

Control per me e' un film medio.Punto e basta.


Inviato il 23/12/2008

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Moglie scrive:

 

secondo me i film sulle band fanno sempre un po' cacare, e inoltre muore sempre qualcuno quindi piango


Inviato il 02/01/2008

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