Di Matteo Garrone, con Toni Servillo e Maria Nazionale; formato: 2.35:1; 2008
Se Medusa e De Laurentiis si spartiscono il pubblico delle feste e della pancia piena tra commedie e cinepanettoni, c’è un’altra “major†che si concentra sul “pubblico pensante†italiano e che è divenuta praticamente monopolista del cinema d’autore, di quel cinema capace di vincere i premi come “miglior significato al festival dei significati†(come diceva la Cortellesi in un suo show): la Fandango del boss Procacci.
La situazione cinematografica nostrana non è così differente da quella televisiva: sono in pochi a gestire la produzione nazionale, c’è poca concorrenza e in sala ci arrivano i soliti noti.
Non che questo debba essere necessariamente un problema, ma è un dato di fatto che salta agli occhi, soprattutto se si vede come gli ultimi prodigi del cinema italiano, gli alfieri a Cannes, le due nuove speranze, 'Il Divo' e 'Gomorra', usciti quasi contemporaneamente, siano entrambi targati Fandango.
L’operazione culturale è degna di nota. Il successo del libro omonimo di Saviano è senza precedenti, soprattutto se si pensa alla sua natura ambigua tra reportage e romanzo. L’adattamento cinematografico è un atto dovuto e a occuparsene è la casa di produzione che da anni viene associata automaticamente a “cultura†e a “cinema impegnatoâ€. Procacci (uno dei pochi baluardi rimasti a salvaguardare l’arte italica insieme a Baricco, tanto per dirne uno) fiuta l’affarone, opziona lo scritto di Saviano e si mette in cerca di un regista capace di tradurre in immagini l’altalenante resoconto della vita nei sobborghi napoletani devastati dalla camorra, tra boss multimiliardari e pezzenti che non sanno come arrivare alla sera.
La scelta cade su Matteo Garrone, romano, regista amato dalla critica, un po’ meno dal pubblico e che fino ad ora si è contraddistinto per glaciali (e soporifere) incursioni nei piccoli orrori di provincia, impersonati da protagonisti che bivaccano al limite tra il grottesco e il circo dei freak (il sopravvalutato 'L’imbalsamatore' e il micidiale 'Primo amore', se li avete persi).
A me che stanno sulle palle un po’ tutte le operazioni nate nei salotti e che finiscono nei salotti, l’intera faccenda faceva un po’ storcere il naso.
Ma non c’è dubbio che – finalmente – il cinema italiano stava sfruttando il forte traino del successo di un libro “impegnato†per cimentarsi in un adattamento spinoso e di certo più complesso di quelli che siamo abituati a conoscere, il regno dominato dalla trimurti Moccia-Ammaniti-Tamaro (con rare incursioni della Comencini, tanto per gradire).
Il libro – per quei pochi che non l’hanno letto – è una sequenza di vicende più o meno agghiaccianti, legate insieme dal contesto locale e criminale e dalla presenza del protagonista-autore, testimone oculare di cotante sciagure.
La sceneggiatura (a cui hanno collaborato in molti ma che è in buona parte degli stessi Saviano e Garrone) isola nel mare di aneddoti cinque storie rappresentative del variegato mondo raccontato, la “Gomorra†campana capace di ospitare vicende che talvolta nella loro brutalità , violenza e grottesca semplicità , risultano essere inimmaginabili.
Le cinque storie sono in effetti tra le migliori di quelle offerte dal libro.
Seguono SPOILER VARI
Narrate in un montaggio alternato, vengono mostrate le storie del prodigioso sarto Pasquale, costretto a turni massacranti tra sartorie partenopee negli scantinati e laboratori cinesi abusivi, i cui sforzi tradotti in abiti non finiranno – come si pensa – sulle bancarelle o nei supermercati, ma sulle spalle di modelle e attrici internazionali, in sfilate griffate e in costosissimi negozi; del piccolo Salvatore, costretto a partecipare ad una guerra scissionista che non capisce e che lo porta a sacrificare l’amicizia con Maria, madre di un “soldato ribelle†(sono in realtà due storie che confluiscono); di due scapestrati cani sciolti adolescenti che per seguire il mito di Scarface fanno una brutta fine; e di un affarista coinvolto nel riciclaggio illegale dei rifiuti tossici.
FINE SPOILER
Garrone sceglie di raccontare le cinque vicende nel modo a lui più congeniale: raffreddando la materia e tentando di restituire una visione distaccata e lucida di ciò che caoticamente succede.
Tale attitudine era stata spesso un limite nei film precedenti del regista: una freddezza da entomologo, incapace di coinvolgere nelle storie raccontate e che soprattutto lasciava intendere uno scarso interesse (per non dire amore) per i personaggi scelti.
In soccorso a Garrone, arriva il gruppo di variegati sceneggiatori che – efficacemente – si allontanano quanto basta dal libro di Saviano e creano cinque differenti linee drammaturgiche che esprimono sorprendentemente il dramma, l’orrore ma anche il calore dei personaggi e delle vicende raccontate.
Se all’inizio si teme l’illustrazione fine a se stessa, il voler osservare senza intervenire, sorta di castrazione emotiva in cui si rifugiano la gran parte dei nostri autori spacciandola per rispetto del reale, nel corso del film ci si immerge con maggior coinvolgimento in tutte le storie e si apprezza la libertà rispetto alle pagine del libro, valore aggiunto di un adattamento che può sicuramente dirsi riuscito.
Garrone ha avuto l’umiltà di cambiare registro e di spingere un po’ di più del solito l’acceleratore sul piano emotivo.
Non che sia questa l’unica qualità : al regista romano va riconosciuta la capacità di aver mostrato soluzioni visive originali, anche di fronte alla banalità quasi obbligata delle scelte (palazzoni periferici, cave abbandonate, scugnizzi, quante volte ormai abbiamo visto elementi di questo genere; eppure in “Gomorra†tutto appare finalmente “nuovoâ€, come se per la prima volta si andasse a toccare, a vedere un sottobosco brulicante di a volte pericolosi a volte indifesi insetti).
Così come va riconosciuto alla produzione il merito di aver girato il film nei migliori luoghi possibili, anche direttamente a Scampìa, famigerata capitale di “Gomorraâ€, evitando sempre di cadere nella ricostruzione artificiale di una “napoletanità †abusata da troppi cliché e troppe “epiche†criminali, magari appassionate ma assai distanti da quella cruda realtà che il film voleva catturare e restituire.
Per fortuna, qui, della Napul’è mille culuri, non ce n’è traccia.
Né tantomeno c’è traccia di una ipocrita speranza.
Detto questo si potrebbe pensare che “Gomorra†sia un film praticamente perfetto, o un “capolavoro†come molti critici si sono affrettati a sentenziare.
No, pur essendo molto buono, il giudizio su “Gomorra†mantiene ancora qualche riserva.
L’alternanza tra le varie storie non è mai sciolta, si passa dall’una all’altra (e forse cinque sono troppe) con una certa pesantezza e – soprattutto – trascorre molto tempo prima che un “nuovo capitolo†della stessa linea venga raccontato, penalizzando più il ritmo che la comprensione.
Garrone sceglie volutamente di non contestualizzare mai le storie che racconta: approfitta della assoluta risonanza avuta dal libro per cancellare completamente luoghi, nomi, date dal suo film.
Una scelta che poteva essere meno netta e radicale (un pizzico di coraggio in più in nomi e luoghi poteva essere usato) ma è una scelta che alla fine paga, poiché contribuisce a quel clima di rarefatta alienazione che rende il racconto ancora più agghiacciante e incisivo.
“Gomorra†non si prefigge alcun altro obbiettivo se non quello di mostrare il viluppo mortale in cui sono schiacciati i suoi personaggi.
Non vuole spiegare nulla, non vuole denunciare nulla e riesce nell’intento di apparire quasi oggettivo, nella sua profonda e completa rielaborazione.
Ed è forse questo il merito principale del film: il non aver avuto paura non solo di drammatizzare argomenti “reali†e certificati dal libro di Saviano, ma anche di piegarli ai migliori scopi del film, nel tentativo di orchestrare armonicamente le cinque storie, come se davvero si trattasse di narrazione “pura†e scevra dai legami col reale.
È una prassi – soprattutto in fase di sceneggiatura – che raramente il nostro cinema percorre, immergendosi più spesso in rielaborazioni autoriali della materia o in fredda oggettivazione di un evento che in base alla sua realtà “dovrebbe parlare da sé†ma che invece quasi sempre rimane muto e morto tra i fotogrammi della pellicola.
Certo, alcuni passaggi di queste costruzioni potevano essere più curati, come la conclusione della vicenda di Pasquale o lo scatenarsi della crisi nella storia che riguarda il triangolo tra la coraggiosa Maria, il ragioniere Don Ciro e il piccolo Salvatore; e anche alcune caratterizzazioni potevano essere più convincenti: la storia dei due ragazzini emuli di Scarface è penalizzata dalla decisione di rendere entrambi quasi “malati mentaliâ€, sottolineando una breve descrizione fatta nel libro da Saviano.
Ma se questo aumenta la dolcezza di alcuni momenti (ad esempio, il ballo sulle note di un cacofonico brano neo-melodico dopo il primo colpo), abbassa la credibilità delle loro azioni e – soprattutto – delle violente reazioni del clan camorrista.
In un mare di volti poco conosciuti, spicca ovviamente il nume tutelare del cinema d’autore italiano, il solito Servillo, che qui (a dispetto della relativa brevità del ruolo) offre una interpretazione migliore rispetto alle osannate prove de 'Il Divo' e del trascurabilissimo 'La ragazza del lago'.
Servillo è una sorta di Wolf di Tarantiniana memoria, uno che risolve i problemi (come addirittura descrive se stesso in una delle battute conclusive); la sua linea è forse la meno emotiva di tutte, ma è anche quella con il conflitto più sottile e meritevole: all’ombra di un rapporto tra maestro e allievo si instaura una crisi di coscienza da parte del più giovane, che Servillo ribatte con un cinismo tanto spietato quanto reale. È un conflitto di valori, di scelte personali, di idee e comportamenti, nient’affatto urlato, ma lasciato esplodere sommessamente in una sola scena, ai margini della campagna napoletana; ed è un conflitto che esprime un dramma che coinvolge tutti i personaggi, dai più umili a quelli che in qualche modo “tirano le filaâ€.
Ed è così semplice nella sua natura di dialogo da meritare che sia confrontato con la serie di occasioni perdute da 'Il Divo', per quanto riguarda conflitti e temi; un confronto tra i due film non necessario, ma che nasce spontaneo per protagonista, produzione, contemporanea uscita, contemporanea partecipazione a Cannes e simile accoglienza critica che hanno di fatto reso 'Il Divo' e 'Gomorra' due fratelli nel panorama cinematografico italiano.
Per concludere, un’osservazione sulle scelte musicali di 'Gomorra'. Garrone aveva intenzione di affidare il commento a Robert Del Naja dei Massive Attack ma l’artista lo ha convinto a lasciarlo senza musica, dopo aver visto il premontato.
Sinceramente, l’assenza di un commento non si nota e forse è vero che avrebbe condizionato l’espressione e il senso delle immagini – in cui le uniche musiche sono diegetiche (madò, l'ha scritto sul serio; ndF) e quindi praticamente tutte canzoni neomelodiche – anche se dispiace il non aver avuto la possibilità di ascoltare cosa avrebbe fatto il leader dei Massive Attack con un materiale del genere.
La bellissima “Hercolaneumâ€, che chiude il film e che per natura, tono e stile lascia immaginare cosa sarebbe stata quella colonna sonora, non fa che aumentare i rimpianti.
Motosega
Motosega dice: 
Ratings:
talmente brutto che e' ad un passo dal sublime
brutto, soldi buttati
cosi' cosi'
bello
bellissimo, da non perdere
Sito ufficiale: http://www.mymovies.it/gomorra/
Trailer: http://www.mymovies.it/gomorra/trailer/

Ciao Solero
Scusa se mi permetto di dissentire, ma secondo me hai detto una cosa che non è giusta proprio, anzi direi che è sbagliata. Perchè insomma tu mi dici che forse io non esisto e che non voglio sapere le cose di napoli che c'è la giente che muorono ai giardinetti e che le persone vengono trattate malissimo, anche con l'inquinamento, che poi queste cose le sanno tutti, ma non così tanto malissimo. Cioè io ci sono proprio rimasto male. Perchè dici che non le voglio sapere? Queste cose intendo. Insomma io per esempio vivo ad Orgosolo, la mattina mi alzo alle cinque per andare al lavoro, un'ora di treno, sette ore in catena, e vai a trovà il nonno che non si decide a schioppare e via di corsa dal Gunnari a sarchiare i lentischi part-taim, che sennò l'ho bella che pagati il mutuo, la rata della Pegiò duecentosei e l'abbonamento a Blacsonblondes, e via a casa stanco e stremato, che nemmeno mangio guasi... e chenesoio che a napoli si vive così tanto malamente. Cheppoi come faccio a non voler sapere cose che non so scusa? Ma tee, allora se dici così vuol dire che le cose le sai tutte, cioè, LO SAI in che situazione si vive nei sobborghi di Genova?! E in quelli di Torino?! E in quelli di Palermo?! E in quelli di Sassari? Secondo me no!Ma secondo me invece non le vuoi sapere. Scusa eh!
Però invece la cosa del respiro hai detto bene. Peccato
Una lunghissima puntata di report senza la pubblicitÃ
Visto Gomorra mi chiedo, ma a cosa serve? Sembrava una lunghissima puntata di Report senza la telecamera nascosta, i visi oscurati e la pubblicità .
Se esisteva qualcuno in Italia che prima di Gomorra non sapeva cosa fa la camorra e in che situazione si vive nei sobborghi di Napoli, di certo non lo sa nemmeno ora per il semplice motivo che non lo voleva sapere, quindi lo scopo di denuncia del film non ha senso.
Quando il cinema italiano ricomincierà a produrre film di respiro internazionale senza focalizzarsi su vizi e costumi di provincia sara' un gran giorno.
Magari Salvatore è un amico suo.
un altro piatto di cazzi in faccia per il ragazzo all'angolo, grazie.
x Andrea (errata corrige)
Dunque...
NON hai letto il libro di Saviano, che IMMAGINI dettagliato e di grande stile.
La storia del film NON è una comunissima storiella di mafia napoletana. Sono CINQUE comunissime storie di CAMORRA. E il fatto che siano comunissime le rende ancora più incisive.
Servillo qui è talmente bravo che non sembra neanche recitare.
NON hai visto Valzer con Bashir.
Gomorra NON è amatoriale, anzi.
Gomorra NON c'entra un cazzo col neorealismo.
Gomorra NON è improvvisato, e in ogni caso lo sarebbe stato meno di alcuni capolavori del neorealismo.
La tecnica di Pasolini NON era grezza: Pasolini partì dalla totale incompetenza e di qui maturò un modo originalissimo di fare cinema.
Il Divo NON è impeccabile, anzi. E' bello, ma tutt'altro che impeccabile.
Gomorra NON lo puoi fare pure tu. Non lo puoi fare tu, non lo posso fare io, non lo può fare neanche Motosega. Un film così lo può fare solo un ottimo regista.
Le inquadrature lunghissime sono pezzi da antologia, rendono il film crudissimo e vivido allo stesso tempo.
Come Dio Comanda non è un capolavoro. E' un gran bel film, ma capolavoro no.
Salvatores.
per Andrea
Dunque...
NON hai letto il libro di Saviano, che IMMAGINI dettagliato e di grande stile.
La storia del film NON è una comunissima storiella di mafia napoletana. Sono CIN
gomorra
Gomorra è stato letteralmente pompato dal caso Saviano, minacciato di morte. Se il film si fosse chiamato in un altro modo, se ne sarebbe parlato poco e niente. Il film di Garrone non ha nulla a che vedere col libro di Saviano che (pur non avendolo letto) immagino dettagliato e di grande stile.
La storia del film è una comunissima storiella di mafia napoletana. Ce ne sono a bizzeffe di film che parlano di camorra e ce ne sono a decine, migliori di Gomorra. E con interpreti molto più convincenti. Garrone è riuscito a rendere Servillo un povero cristo: la sua interpretazione fa [CUT]. E lo dice uno che è innamorato dello stile di Tony Servillo. Principesca la sua interpretazione ne Le conseguenze dell’amore, che a mio avviso resta superiore a quella comunque fantastica de Il divo.
Garrone, Crialese, sono registi sopravvalutati.
Non a caso Gomorra è stato stracciato ai Golden Globe. Il premio per il miglior film straniero è andato al ben più convincente Valzer con Bashir, che da quel poco che ho visto è un signor film d’animazione. Benché sono cartoni animati, i protagonisti sono molto più emozionanti di quei quattro cani che recitano su Gomorra che reputo un film pessimo. È una vergogna che si sia montato un caso del genere su un film poco più che AMATORIALE, quando ci sono film bellissimi che passano inosservati.
E non parliamo di neorealismo. Gomorra non ha nulla a che vedere con i film del suddetto periodo.
Lì vi ci recitavano attori di una magnificenza unica, che solo a paragonarli ai due scugnizzi de Gomorra, mi trema la terra. E quei film non erano quasi improvvisati come fa Garrone. Erano studiati a puntino ed avevano uno stile, un ordine, una compostezza, un equilibrio che tutt’oggi non si riesce a ritrovare nei film attuali. L’unico a cui Garrone si può paragonare è Pasolini che tecnicamente aveva una tecnica simile, piuttosto grezza, però riusciva a dare ai suoi lavori, un’intensità paragonabile ad una detonazione, pur utilizzando attori di strada (vedi Accattone).
Se dobbiamo parlare di bei film parliamo de Il divo. Impeccabile in tutto, in ogni minima frase, in ogni sguardo, in ogni inquadratura, nelle musiche, nei silenzi. Un film così è difficile farlo. In pochi sono in grado di riuscirci. Mentre Gomorra lo può realizzare chiunque. Quattro scagnozzi, due bestemmie, qualche sparo ed ecco fatto. Inquadrature lunghissime, noiose. Insomma un disastro in tutti i campi. È peggiore di una fiction. Peggiore della peggiore fiction …
E comunque non è un problema di telecamera a spalla o meno… perché anche Salvatore l’ha usata in Come Dio Comanda, ma ha realizzato un capolavoro davvero. Gomorra è un film brutto. Semplicemente un film brutto.
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www.andreasbarretti.it
Anche io sono più per le 3 stelle e concordo nel ritenere la quasi assenza di colonna sonora una grossa pecca.
D'accordo su quasi tutto. Non è un capolavoro, ma un ottimo film si.
E da ste parti, in sti tempi è già molto...
Complimenti Motosega, la recensione è bella ed efficace.
Bella, motose'
A parte lo sfogo anti-alternativo iniziale (io ancora devo capi' se ti piace stupire la gente, come dice Filippo, oppure no... :P E poi non per qualcosa, ma con una premessa di tale misura davi l'idea di voler dire peste e corna del film... e ancora guarda, passi per Primo Amore - recitato da CANI - ma L'Imbalsamatore è un buon film, se non altro per Mahieux che regge gran parte della baracca), ottima recensione. D'accordo su ogni parola (tranne sul "diegetico", più che altro perché non so cosa cazzo significhi). I passaggi tra le storie sarebbero stati molto difficili, secondo me; nel libro, ad alleggerire il tutto c'è la leggera aria romanzata di Saviano, zeppa di considerazioni da parte di chi ha sempre sentito fortemente ogni singola forma di una certa realtà attorno a se. Cambiando il medium, ma soprattutto la modalità di raccontare (bravo, il film non spiega e non denuncia un cazzo di niente), penso sia forzato slegare un po' tutto.
a proposito di cacofonia neomelodica
Ma si ven staser
tu nun fa cchiù a scem
e si t sbatt o cor nun t l'ia vasÃ
e si pò vò fa ammor nun t spogl annur
pchè nun t vò ben vò sul pazziÃ
e si ven staser chiur a chiav o cor
rincell ch è frnut e nun c tien cchiù
Dio mio diegetiche no, no!
Fortuna che qualcuno s'è accorto della pesantezza di sto montaggio alternato, per il resto io sono più propenso per 3 stelle in quanto le cose che ti hanno fatto un po' storcere il naso su di me hanno pesato ancora di più nel totale, forse perchè non ho letto il libro, bah.
E comunque la scelta di non utilizzare quasi per niente una colonna sonora per me è stata una cazzata.
bella per moto
che dire, perfetta. D'accordo su tutto. Si, forse alcuni sviluppi avrebbero meritato maggior cura, ma effettivamente cinque storie sono molte ed il film non è certo breve... inoltre il disorientamento in cui è praticamente inevitabile incappare, per me va letto come elemento narrativo vero e proprio.
Comincio a preoccuparmi
Grazie
Grazie Motosega, te l'avevamo chiesta e sapevo che non ci avresti deluso. Yupì!