Di Paolo Sorrentino, con Toni Servillo e Anna Bonaiuto; formato: 2.35:1; 2008
Abbiamo bisogno di un cinema d’autore, abbiamo bisogno di un cinema che riporti in sala la gente, che si interroghi sui temi, sulla storia, sugli usi e costumi, abbiamo bisogno di quel cinema che c’era e non c’è più da trent’anni.
Forse è per questo – oltre che per il potere di Sua Santità Domenico Procacci, produttore – che la campagna critica che ha preceduto e che sta accompagnando 'Il Divo' di Paolo Sorrentino, il regista che piace alla gente che piace, è riassumibile in una processione di recensori che si spellano le mani in ovazioni e si inginocchiano di fronte alla Resurrezione del Dio Cinema Italiano.
Se l’entusiasmo di massa crea qualche dubbio sulla bontà delle motivazioni che lo animano, maggiori domande nascono se si leggono le varie esultanze, tutte differenti tra loro, tutte nate da origini diverse e assai distanti l’una dall’altra, come se non si riferissero allo stesso film, ma a una ventina di film diversi.
Sorrentino il lucido osservatore, Sorrentino l’emozionante narratore, Sorrentino il felliniano analista; Andreotti il burattinaio, Andreotti la maschera, Andreotti il mistero, Andreotti il quotidiano; Servillo il mimetico, Servillo l’impassibile, Servillo il non-Andreotti...
Merito della sfaccettata polivalenza de 'Il Divo'?
Forse. Ma rimane comunque il dubbio che si tratti della solita esibizione dello sport italico di urlare al fenomeno, di spendere aggettivi gratuiti sulla bellezza di un film che è nato per essere bello, piaciuto, compreso, esaltato, adorato, studiato, vezzeggiato, promosso e glorificato (tiè, eccovene nove di aggettivi, tutti in serie).
Sorrentino è il nuovo Re Taumaturgo del nostro cinema, colui che tutto sana con il tocco della cinepresa.
'Il Divo' però è un film che lascia interdetti.
L’argomento è presto detto: gli ultimi anni andreottiani, dal settimo mandato come presidente del consiglio al processo per mafia.
Delle innumerevoli strade a disposizione, Sorrentino decide di percorrere quella più vicina al suo modo di raccontare: mettere al centro il personaggio, schiacciare il punto di vista su di lui e immergerlo in una fiaba visiva, carica di simboli e metafore, una rappresentazione immaginaria che possa trasfigurare la cronaca e la Storia per renderle parabola mitica (a partire dal titolo scelto) sulla percezione del potere, sul ruolo dei governanti, sull’ambiguità della politica nostrana, sulla figura di un re senza corona.
Il personaggio Andreotti è per Sorrentino la chiave per illustrare un mondo di relazioni oscure, di forze sotterranee, di pulsioni che governano gli uomini e che formano l’intricato mondo raccontato, che può essere colto solo nel suo insieme, in un colpo d’occhio generale, in una sorta di affresco ancora una volta fiabesco e emotivo, allo stesso modo in cui venivano raccontati i microcosmi de 'Le conseguenze dell’amore' e de 'L’amico di famiglia'.
L’obbiettivo qui è naturalmente più alto. Sorrentino ha il vantaggio di essere il primo a cimentarsi in una sfida del genere, e ha lo svantaggio di raccontare un personaggio di cui si è detto tutto e il contrario di tutto.
Cosa c’è di nuovo da poter mostrare? Cosa c’è di unico, di fondamentale, qual è il tratto che una volta colto possa essere il perno di una originale e valida rappresentazione?
Avrebbero giovato allo scopo una coerenza narrativa e una compattezza stilistica che a 'Il Divo' (al contrario dei pur problematici film precedenti) mancano, assenze che condannano il film al limbo delle opere in cui le intenzioni rimangono irrisolte e in cui le potenzialità espressive affogano in una pozza di scelte contraddittorie e di soluzioni affannate.
Ma andiamo con ordine, concentrandoci il più possibile su cosa è 'Il Divo', piuttosto che su quello che sarebbe potuto essere (argomento su cui si potrebbero spendere sterili pagine, invocando la lucidità di un Rosi, l’acume di un Petri, l’ironia di un Risi, il sarcasmo di un Salce, l’aggressività di un Lattuada, la fedeltà di un Damiani, tanto per ripercorrere inutilmente le opere di chi in questo paese ha fatto sì cinema politico, ma prima di tutto cinema e basta).
Che il punto debole de 'Il Divo' sia proprio la narrazione emerge dai primissimi minuti del film.
Ripetute didascalie in nero riempiono lo schermo una dopo l’altra a contestualizzare la storia che verrà . Didascalie a cui fa seguito un montage di omicidi (diversi nel tempo, nella natura e nelle modalità ) che se da un lato rallentano ancora l’inizio vero e proprio, per quanto possano essere notevoli le immagini degli attentati a Falcone e a Pecorelli, dall’altro costituiscono una promessa di racconto (che Sorrentino evidentemente reputa fondamentale, posizionandola in testa al film) che poi, come vedremo, non verrà mai più mantenuta.
La debolezza dell’impianto narrativo di Sorrentino (che è grandioso nella messa in scena tanto quanto è zoppicante e incerto nella capacità di raccontare) si rivela in tutti gli aspetti che danno vita al film.
Per prima cosa nel suo percorso, affidato ad una galleria di quadri e personaggi statici; e, all’interno delle singole scene, ad una costruzione dei dialoghi di rara pedanteria, un’esibizione quasi sfacciata di mancata drammaturgia: motti di spirito tratti dalla smisurata raccolta di aforismi di Andreotti si alternano a passaggi meramente informativi per poi appesantirsi in una serie di monologhi che affossano la tenuta del film.
Questa costruzione non può che sfociare nella crisi che investe la seconda parte del film, che trascina in una prolissa mediocrità quanto di buono (e c’era) si era visto prima.
La storia pubblica e personale di Andreotti si sviluppa nella prima parte intorno al suo ruolo politico. Ma questo filo conduttore ha la sua conclusione nel momento in cui – in seguito agli attentati di Falcone e Borsellino – Andreotti viene “trombato†alla elezione parlamentare del Presidente della Repubblica, in favore di Scalfaro.
Il film è finito, peraltro giustamente, visto il percorso scelto.
Peccato però che da questo momento alla fine del film manchi quasi un’ora, riempita dalla “sezione mafia†della biografia di Andreotti, una parte corposa che risulta scollegata dalla precedente e che Sorrentino è stato incapace di raccontare in maniera valida e avvincente.
Si assiste infatti ad una impressionante e ingiustificata carrellata di monologhi di pentiti che si limitano a notificare agli ombrosi inquirenti le loro testimonianze sulla presenza di Andreotti negli incontri con i capo-clan mafiosi.
Monologhi a cui fa da contrappunto quello di Servillo-Andreotti, sorta di confessione a se stesso, in cui un tema interessantissimo e peraltro molto ricco di spunti come quello dell’ambiguità del potere (sintetizzato dalla frase “Occorre fare il Male per ottenere il Bene; Dio lo sa e lo so anch’io...â€) viene gettato via sia dalla esplicita e didascalica espressione, sia dall’incapacità di rendere questo tema un conflitto, relegandola invece ad amletica discussione con la propria coscienza.
Se da un lato meraviglia l’assoluta piattezza stilistica di questa parte, dall’altro sconcerta come ogni singolo monologo sia soltanto un pedissequo riporto di stralci informativi, con la stessa cadenza, la stessa intensità , la stessa sostanza dei passaggi che si potrebbero leggere (e si leggono) sui verbali pubblicati dai vari saggi e quotidiani.
La motivazione di una presunta fedeltà agli eventi non può essere valida, soprattutto perché il tono complessivo de 'Il Divo', la sua messa in scena, la sua orchestrazione visiva, sono state improntate(e a volte con pieno merito) su una affabulazione spettacolare, assai distante dal “realismoâ€.
Un’affabulazione spettacolare che se regala i due veri momenti di grande cinema - la prima passeggiata notturna di Andreotti a Via del Corso e la festa che celebra la settima nomina di Andreotti a capo del Governo, due momenti in cui il grottesco esplode grazie al talento di Sorrentino - affabulazione spettacolare, si diceva, che è però responsabile delle derive gratuite che l’autore impone al suo personaggio e alla sua storia.
La parentesi Moro è forse l’elemento simbolico più debole dell’intero film.
L’attribuzione di rimorsi e incubi al personaggio Andreotti riguardo alla morte di Moro risulta stucchevole e appiccicata a forza, poiché ancora una volta slegata dal racconto e del tutto inutile, dato che non contribuisce ad approfondimenti sul personaggio o a nuove svolte nella storia.
Si ha la sensazione che poteva essere tranquillamente risparmiata, tranne che per la volontà di ammiccare a quel pubblico che già sa cosa vuole vedere, che si aspetta di vederlo e che trova una appagante per quanto vuota conferma sullo schermo, conferma che saluta con un livoroso sorriso: “Lo vedi? È stato lui...â€
Il gioco di Sorrentino con il suo pubblico è a volte grossolano: l’enfasi con cui sottolinea la presentazione dei personaggi, a metà tra Sergio Leone e 'Le Iene' (cosa peraltro già fatta da Ghezzi più di dieci anni fa nel suo Blob) connota fin da subito (e anche in bello stile, ci mancherebbe) la soggettività della rielaborazione della vicenda storica, soggettività che cozza con il presunto realismo della seconda parte, in cui i contrappunti “onirici†(come il divertente momento dell’ipotetico bacio tra Andreotti e Riina) si limitano a dei piccoli flash che illustrano (e per fortuna) la verbosissima sequela di testimonianze.
È nell’ammiccare al pubblico che Sorrentino rivela l’ulteriore incertezza delle sue scelte: la sua ricostruzione personale non è legata esclusivamente alla sua visione del personaggio e della storia, cosa che l’avrebbe resa fieramente indipendente dai riferimenti esterni, ma sembra mirare alla reazione del pubblico, stimolata da un flusso di referenze inventate e reali, documentate e artificiose, in cui Sorrentino sembra alternarsi sempre in maniera arbitraria (gli incubi su Moro, il sorrisino alla battuta di Grillo, l’assurda parte con Fanny Ardant...)
Altre didascalie concludono il film spiegando ancora una volta quello che non si è riuscito a mostrare (e sottolineando peraltro come il film non abbia preso una posizione su nulla di quanto mostrato).
Si ha la sensazione che non sia emerso niente di così concreto, importante, nuovo, che possa aver giustificato tale sensazionalismo.
Ci troviamo di fronte ad un film che è quasi impeccabile nel suo aspetto formale: una messa in scena – almeno nella prima parte – molto espressiva; una fotografia e una cura scenografica degne di un palcoscenico internazionale; una produzione capace di non penalizzare il talento del regista; un cast di primissimo livello (Buccirosso è fenomenale, così come Popolizio, mentre Servillo è sinceramente farsesco nella gobba e orecchiuta costrizione in cui Sorrentino lo confina)...
Quello che manca – ancora una volta, maledizione – è la capacità di essersi confrontati con un magma vulcanico orrendo e ribollente, che andava rovesciato sul pubblico per ustionarlo o che andava convogliato in flussi di lava attraverso una narrazione sapiente, una regia focalizzata e attenta alla selezione di immagini e eventi.
Tutte cose che si sarebbero potute fare se l’Autore si fosse immerso nella sua storia.
E no, ancora una volta no.
Prima c’è Sorrentino, poi, col fiato un po’ corto, arriva il film.
Viene da chiedersi allora qual era la discriminante che rendeva i nostri film “civili†così forti, così importanti, così concreti nel raccontare la nostra condizione anche ad un pubblico straniero.
Al di là di tutto (diversità dei tempi, delle modalità produttive, dei contesti) c’è una sola grande differenza che emerge a prima vista. Forse non sarà la ragione primaria, ma di sicuro è quella più appariscente.
C’erano degli sceneggiatori.
E c’erano dei registi.
'Il Divo' è un film scritto e diretto da Paolo Sorrentino.
Il nostro è un cinema d’Autore.
Motosega
Motosega dice: 
Ratings:
talmente brutto che e' ad un passo dal sublime
brutto, soldi buttati
cosi' cosi'
bello
bellissimo, da non perdere
Sito ufficiale: http://www.luckyred.it/ildivo/
Trailer: http://www.mymovies.it/trailer/?id=49512

...secondo me gli hai dato troppo poco
Io l'ho amato sin dai primi frame.
Non conoscevo tutti i personaggi ed ho sicuramente delle lacune storiche per quanto riguarda i fatti realmente accaduti (essendo dell'82 alcune cose le ho vissute da ragazzina), però non ho notato tutta sta carne al fuoco e non ho avuto il minimo problema a seguire gli avvenimenti e a collocare i personaggi all'interno della storia.
Per quanto riguarda il giudizio tecnico, invece, sono d'accordo..
Il punto che non capisco è: 4 stelle a gomorra e solo 3 a "il divo"? Per quanto mi riguarda è esattamente il contrario.. il film di Garrone non riesce a trasmettere le sensazioni che si provano davanti alle righe di Saviano. Molti personaggi non sono approfonditi, non viene spiegato bene il contesto, non si capisce il concetto fondamentale di "sistema"
Io avrei decisamente invertito i voti.
Parlo da persona che non c'era all'epoca dei fatti o era troppo piccola per ricordarseli: tante cose non si capiscono.
Il film narra una vita intera con mille accadimenti al suo interno, troppe cose, troppe persone, troppe date, tutto troppo per seguirlo da zero. Raccomando di farsi una cultura sull'epoca prima di andarlo a vedere.
Ps: ma bello.
Non ho visto il film, ma leggendo la rece pare fatto per chi lo ha fatto e non per il pubblico. Non mi si fraintenda, voglio bene a ogni lobby culturale, ma non posso non essere d'accordo con chi critica la fiaba tautologica (è vero perchè è vero). Non ho stima per Andreotti ma non mi pare che l'Italia sia ridotta così male, rispetto al 90% delle altre nazioni del mondo. A volte un criminale non è un essere da criminalizzare, ma da prospettare anche nel suo lato umano. Sono sicuro che manca la parte più artigianale e sofferta della politica, quella per cui persino il peggior politico a un certo punto deve fare qualcosa per il bene del proprio paese, senza pubblicità , come un qualsiasi amministratore.
...ma lo sai che invece...?
madò! ...però
ieri ho visto il film ed oggi ho riletto sta rece
questa la dovrebbe leggere sorrentino
mi piace quando moto dice che sorrentino fa il film strizzando l'occhio al pubblico che livoroso si pronuncia ...vedi? vedi che era stato lui?
eeeh... sì... c'è troppa carne al fuoco, non è un film per tutti. prendi me che non sono informato dei fatti e che so tutto per grandi, grandissime linee... mi son ritrovato sommerso da personaggi che conoscevo certo ..cirino pomicino sbardella ciarrapico... la squadra di giulio, presentati in pompa magna stile iene con le didascalie ma poi non s'è capito bene che cazzo facessero... troppa carne al fuoco e poi servillo conciato in quel modo... è stato bravissimo per carità ma il vero divo a me mette cento volte più paura con un solo sguardo... e moro pecorelli dalla chiesa... e falcone e la mafia... troppo
concentrare tutto sto materiale in un solo film è impossibile, un film peraltro dove tutti i nomi le vicende i fatti erano solo un pretesto per raccontare un andreotti intimista, che pensa si confessa che parla con la moglie (bellissimo il momento in cui ascoltano zero in tv) le sue farsi lapidarie sibilline argutissime...
troppo, però è un film interessante non mi sono annoiato nel vederlo ma di certo non mi sono esaltato
naaaa
non sono molto d'accordo, ne con i pregi ne con i difetti.
per me lo stile narrativo non fa acqua.
sono d'accordo però nel ritenerlo un film d'autore, così come il Caimano, film altrettanto e forse ancor più politico.
comunque lode a motosega per la mole di testo che ha scritto
@ Berto
ti sbagli, tra 20 anni si dirà "eh, però ai tempi miei c'era Motosega..."
mah
e però ormai mi sono fissato che a motosega non piace sorrentino perciò qualsiasi cosa faccia...
chissà tra vent'anni come sarà giudicato sto film, se sarà un ever green o se cadrà nel dimenticatoio, spero che tra 20 anni non si dica "eh, però ai tempi miei c'era sorrentino" così come ho appena letto ...la lucidità di un Rosi, l’acume di un Petri, l’ironia di un Risi, il sarcasmo di un Salce, l’aggressività di un Lattuada, la fedeltà di un Damiani...
Se dici a me hai ragione R.I. Ma ha già detto tutto lui e poi fa troppo caldo.
troppo facile cosi'
Condivido tutto quello che ha scritto Motosega.
Ancora devo vederlo
ma Sorrentino finora non ha mai sbagliato un colpo.
Piccolo gossip: la guardia giurata che sorveglia l'appartamento di Andreotti l'altro giorno stava guardando Il Divo, incurante delle dichiarazioni del gobbone.