Le recensioni cinematografiche più schiette del Web

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Anonimo veneziano

Venezia, Florinda Bolkan (Valeria) e Tony Musante (Enrico).

Questi i tre interpreti principali di un film (fin troppo) pieno di sentimenti e di passione.
Grazie ad un enorme successo di pubblico, nonche' ad uno script non privo di ingenuita' palesi, il film e' da sempre nel mirino dei critici piu' paludati e seriosi (Mr. Mereghetti lo liquida con un pallino, e nemmeno si prende la briga di parlarne male nelle poche righe di descrizione del plot).

La trama e' piuttosto semplice: a Venezia un uomo aspetta e incontra la sua ex-moglie (Florinda Bolkan), da lui separata de facto ma non de iure nell'italia pre-divorzio del 1970. Nella prima meta' del film lei e' sospettosa ed arrabbiata, soprattutto a causa della reticenza di lui nel chiarire il motivo dell'invito a Venezia per parlarle, che lei teme possa rivelarsi un avanzare di pretese nei confronti dell'affidamento del figlio undicenne. Nella seconda meta' il tono cambia bruscamente, da quando lui le rivela di essere malato di tumore e di avere pochi mesi di vita. I due trascorrono insieme le poche ore che li dividono dal rientro di lei a Ferrara dove si e' rifatta una vita con un altro uomo, dal quale ha avuto un altro figlio.

Il film si muove su due piani: la storia e l'ambientazione. Per quanto indissolubilmente compenetrati tra loro (chi lo ha gia' visto provi ad immaginare questo film ambientato in qualsiasi altra citta'...), questi piani lavorano in modo diverso sullo stato d'animo dello spettatore.

SEGUONO SPOILER GIGANTESCHI

La storia e' uno strano mix tra coraggio e convenzione, tra la voglia di dire un sacco di cose ed una capacita' di farlo non sempre all'altezza.
Purtroppo "Anonimo veneziano" si e' trovato stretto tra l'uscita quasi contemporanea di due films che, per motivi diversi, hanno collaborato a creargli una dubbia fama nell'ambito della critica cinamatografica: "Morte a Venezia" e "Love story". Il primo ha trattato il parallelo tra la morte di un uomo e la morte di una citta' in modo inarrivabile, mentre il secondo ha trasformato in una macchina per fare soldi il classico plot "due si amano molto, uno dei due si ammala di qualcosa di incurabile e lascia l'altro/a a straziarsi in questo mondo crudele", anche grazie ad una sceneggiatura farcita di banalita' e frasi da incarto dei baci perugina.
"Anonimo veneziano" pero' non rientra in quest'ultimo genere, se non in modo marginale.

Nella narrazione, il film di Enrico Maria Salerno si dibatte tra la tentazione sentimentalistica da rotocalco ed il desidero di mostrare cosa si nasconda nel lato oscuro delle persone (o di una citta'). E' una dicotomia che a volte si fa stridente. Per esempio, nel finale alcune scene sono pervase da un livello di glucosio imbarazzante, oltre che perfettamente inutili rispetto alla trama. Una per tutte il flash-back di loro giovani che corrono al ralenty sulla spiaggia. Questi episodi sono pero' controbilanciati da tentativi di andare oltre gli stereotipi. Nei pochi minuti dedicati dal regista all'unico, disperato amplesso dei due personaggi, la scena non degenera in un estetico incontro (per quanto velato) tra corpi nudi, ma diventa anzi un incontro tra anime nude e dilaniate, dove Enrico dice a Valeria di averla chiamata a Venezia esclusivamente perche' voleva vicino qualcuno da fare soffrire con lui per la propria paura e il proprio dolore. Certo, altri registi ed autori hanno trattato questo tema con maggiore profondita' artistica e culturale, ma resta apprezzabile il tentativo di Salerno e Berto (che hanno sceneggiato il film) di scavare nel fango torbido delle nostre peggiori paure e del loro modo di trasformarci in persone egoiste e sgradevoli. E di come questo, nonostante tutto, contenga una sua dose di poesia e di dolcezza.
Nella scena della fabbrica di broccati, quasi di sfuggita, Enrico afferma che nel mondo c'e' molta piu' poesia di quanto si creda. I dialoghi, la storia di questi due personaggi, l'utilizzo delle immagini di una Venezia decadente ma ancora splendida sembrano essere lo sviluppo di questa idea. Come nell'episodio nel quale il protagonista racconta di un cane affogato, la cui descrizione impietosa ("Il corpo gonfio di acqua da fare schifo, l'odore di marcio") si conclude con una osservazione a riguardo della profonda dignita' rimasta negli occhi del cane, che l'orrore della morte non aveva saputo o potuto spegnere. Per questo motivo, anche se sceneggiatori piu' esperti e meno "emozionati" durante la stesura probabilmente avrebbero giovato all'insieme, "Anonimo veneziano" resta un valido ed emozionante tentativo di indagine in quei luoghi oscuri dell'anima che certe notti ci rendono difficile il prendere sonno.
Indimenticabile la prova d'attrice di Florinda Bolkan, il cui personaggio muta d'aspetto (e di pensiero) con il crollare delle sue difese emotive, abbandonando progressivamente capelli raccolti e occhiali, e che sa dosare la sua interpretazione in modo sorprendente, modellando e addolcendo il suo sguardo ed i suoi atteggiamenti in sincronia perfetta con lo sgretolarsi della sua armatura. In tutto il film non c'e' mai, dico mai, un suo sguardo patetico o sdolcinato. Il personaggio di Valeria e' quello di una donna coraggiosa che la vita ha indurita e segnata, e con una recitazione implacabilmente dura e spigolosa Florinda Bolkan non ci permette mai di dimenticarlo. Bravo anche Tony Musante nel tratteggiare il personaggio di un artista che nonostante i grandi sogni e le grandi ambizioni giovanili non e' mai riuscito ad arrivare al grande successo, e che ha dissipato la propria vita sentimentale e professionale in un gorgo di accidia e fatuita' che il film ci suggerisce anziche' raccontarla direttamente.

Sul piano puramente estetico invece il film ci regala una Venezia indimenticabile, filmata con lo stessa passione che un uomo innamorato potrebbe riservare alla donna della sua vita. Solo il rapporto tra Woody Allen e New York ha regalato momenti cosi emozionanti, con un utilizzo della telecamera talmente impudico (l'amore spesso lo e') da mostrarci quei piccoli luoghi impuri che normalmente preferiamo tenere nascosti. Per intenderci: se Venezia fosse un corpo umano "Anonimo veneziano" non sarebbe un film erotico ma un film pornografico. Questo e' il vero lato eccezionale dei quest'opera, che da solo basterebbe per consigliarne almeno una visione a chiunque.
Circa il 90% del film si svolge in esterni, e quasi tutti gli interni si concludono con un inquadratura finale che punta ad una finestra dalla quale vedere Venezia. In una di queste inquadrature in soggettiva la zoomata si conclude all'esterno della finestra, fino ad inquadrare i due interpreti fermi in una piazza. Ci sono inquadrature da cartolina, ed impietose inquadrature dell'acqua sporca e delle case rosicchiate da un muschio del quale non vorremmo sentire l'odore. C'e' piazza San marco e ci sono le calli piccole e oscure, i vicoli, quei non-luoghi presenti in ogni citta' e che soltanto chi ci abita e' in grado di guardare con amore, e a volte di descrivere. La citta' lagunare ci viene mostrata con il vento, con la pioggia battente, con un timido sole, con ogni clima. L'approccio della camera e' quasi feticistico, e trasforma per sempre Venezia in un luogo dell'anima. Una citta' che dentro di me, e non solo grazie a Mann e Visconti, sara' per sempre collegata alla morte e alla dissipazione, alla bellezza ed al suo inevitabile corrompersi.

FINE SPOILER GIGANTESCHI

Impossibile recensire questo film senza parlare della sua colonna sonora. A parte l'arcinoto tema ormai conosciuto dal mondo come "Anonimo veneziano" (in realta' il brano era di incerta paternita' tra Alessandro e Benedetto Marcello), il maestro Stelvio Cipriani ha saputo confezionare una colonna sonora in tutto e per tutto adatta al film. Nonostante una componente di ruffianeria e qualche furtarello (nelle melodie) dai classici del seicento veneziano, l'autore durante il concepimento dei temi e' stato chiaramente toccato da dio. Inoltre un sapiente uso degli arrangiamenti orchestrali riesce nell'opera di confezionare una colonna sonora che ci sembra sempre diversa con il procedere del film e che anche un sasso, dopo le prime 3 note, saprebbe proseguire fischiettando.

Per concludere, un film che forse altri sceneggiatori e registi avrebbero saputo rendere un capolavoro immortale, ma che con le sue imperfezioni ed ingenuita' rimane un tentativo in parte riuscito di fare del grande cinema, grande nei temi come nella scelta e l'utilizzo degli attori e nell'uso della cinepresa. Un film nel quale una persona che muore non se ne va sussurrando "Amare significa non dover mai dire mi dispiace", ma si aggrappa alla vita con le unghie e con i denti, rischiando di trascinare nel suo gorgo chi si avvicinasse per aiutarla. E, ultimo ma non meno importante, un film dove l'"odore" e il "sapore" dell'Italia dell'inizio degli anni 70 e' cosi' forte da lasciare stordito chi quegli anni li ha respirati ed assaporati mentre scorrevano.
Spiace dirlo ma rispetto agli attuali film italiani pieni di mezze crisi di mezz'eta', interpretati da mezzi attori e diretti da mezzi registi, siamo ancora avanti anni luce nello spazio.

Franciomi

Franci Omi dice:

 

Ratings:

talmente brutto che e' ad un passo dal sublime

brutto, soldi buttati

cosi' cosi'

bello

bellissimo, da non perdere