Questa volta Cronemberg parte dall'omonima graphic novel di J.Wagner e V. Locke, per raccontare apparentemente un dramma umano legato alle conseguenze di un fatto di violenza. Il protagonista Tom Stall, cui Viggo Mortensen presta il volto triste e un po'monoespressivo, sposato felicemente e padre di due figli, subisce una rapina nella tranquilla tavola calda di sua proprietà ma riesce a sventarla, uccidendo i rapinatori: da quel momento iniziano i guai che mineranno il suo desiderio di vivere una vita famigliare pacifica e all'insegna della civiltà.
Una trama abbastanza semplice, che però, tradotta in immagini dall'occhio del regista, assume i toni cupi delle visioni psichiatriche. L'eccesso domina la narrazione, eccesso di contrapposizioni, di noia spietata, perbenismo e volgarità, e la violenza diventa una necessità infine.
Cronemberg gioca con il grottesco delle situazioni, i rapinatori serial killer, la vita di provincia serial correct, e se all'inizio quasi quasi lo prendi sul serio e pensi “ vabbè, si è bevuto il cervello...” lo shock arriva ancora più disturbante, mentre sei impegnato a risolvere l'imbarazzo di fronte al quale ti pone inaspettatamente.
Detto fuori dai denti: la coppia felicemente sposata che parla in termini ammiccanti adolescenziali è già sgradevole di per sè; il successivo role player erotico, che vede lei indossare il costume da cheerleader davanti a un lui impacciato ed esterrefatto nella cameretta dei figli nel sottotetto, in un crescendo di feticismo kitsch che culmina in un grandioso 69, è un'esperienza autolesionista collettiva indimenticabile.
Tuttavia la scelta dell'eccesso non è affatto gratuita, nella semplicistica previsione di caratterizzare i personaggi (buoni vittime e cattivissimi spietati), ribaltare poi le situazioni e procedere verso un finale più o meno scontato...
I rapinatori durano il tempo di una miccia che innesca una bomba. Di lì in avanti, tutto assume i contorni indefinitamente onirici della metà oscura che si cela dentro a ciascuno. Abbandonate le mutazioni del corpo, omaggiate comunque dalle cicatrici dei personaggi, Cronemberg si dedica a quelle della mente e dell'anima, congenite come la follia o scatenate dal denominatore comune di una violenza che angoscia, affascina, attrae e alla fine diverte nella sua furia paradossale.
Seguirne la trama è come seguire gli indizi che portano a scoprire, nascosti nell'armadio più impensabile, gli scheletri più imbarazzanti e scoprire che sono gli stessi che abbiamo nascosto dentro di noi, poi ancora caricarseli in spalla e procedere senza ulteriori moralismi alla ricerca della verità, che quando arriva è tanto agghiacciante quanto incredibile.
Vale la pena vederlo, un Cronemberg insolito, che gioca sull'effetto naturale dell'espressività dei protagonisti, davvero incredibili a partire dal Ramingo di Lord of The Ring, che ovunque avresti pensato di rivedere, tranne che sulle scale di casa intento in un amplesso di una magnifica crudezza, al William Hurt allampanato e beffardo ormai del gran finale, passando per tempi narrativi, dialoghi e situazioni progressivamente sempre più destabilizzanti, ridicole e ambigue, compreso il finale che forse lascia una speranza o forse segna il superamento del confine ultimo della follia moderna, il connubio tra violenza e normalità come vivere quotidiano, verso il quale sta evolvendo la società.
Session9
Session9 dice: 
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talmente brutto che e' ad un passo dal sublime
brutto, soldi buttati
cosi' cosi'
bello
bellissimo, da non perdere