Le recensioni cinematografiche più schiette del Web

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A History of Violence

(Id.)- U.S.A. 2005 ? Durata: 96' ? Regia di David Cronenberg ? Cast: Viggo Mortensen, Maria Bello, Ed Harris, William Hurt

Stati Uniti, un motel nel bel mezzo del nulla. Un piano sequenza tarantiniano ci mostra due loschi individui che ben presto riveleranno la loro natura di spietati e lascivi killer senza scrupoli. Questi due pezzi di m?. servono ad un solo scopo: farsi odiare dallo spettatore al punto da indurlo a giustificare il gesto estremo che Tom Stall (Viggo Mortensen) compirà quando i due sgherri entreranno nel suo locale con le peggiori intenzioni di questo mondo.
Difesa personale. Riflessi da Jet Li. In quattro e quattr'otto i Killer sono stesi e Tom diventa suo malgrado l'eroe del giorno. Un eroe. Cos'è un eroe? Tom sembra nauseato da questa definizione che associa un valore sorprendentemente positivo ad un'azione violenta e traumatica come quella che ha dovuto compiere suo malgrado. Ma d'altro canto siamo nel Grande Paese che ha generato e armato i disadattati della strage di Columbine; la Patria di Charlton Heston che brandisce la sua doppietta, con la bavetta da assassino alla bocca, nei raduni della “National Rifle Association”. La Terra dei cowboys dove “tu sei il male, io sono la cura”, dove il simpatico Bruce Willis si alza una mattina e non sapendo che fare decide di regalare 25 mila dollari al veroeroeamericanoconlepalle che ucciderà Bin Laden o Al Zarqawi.
Gente semplice, giusta, vivaddio! che va in chiesa la domenica ed inizia una guerra contro “l'asse del male”, gettando fosforo bianco sulle case di civili inermi per stanare qualcuno che “Ooops! Non era lì, siamo tutti mortalmente dispiaciuti, la prossima volta staremo più attentini, ma d'altro canto se vuoi fare una frittata devi pur rompere qualche uovo?”.
Confuso, stordito dal clamore sollevato dai media, Tom vuole ritornare quanto prima ad una vita ordinaria con la sua famiglia, la sua splendida e innamoratissima moglie e i suoi due figli, per godere dei frutti di un'esistenza non priva di ordinarie difficoltà, ma onesta e piena.
Ma come un'ombra che emerge dall'ignoto, sbuca una macchina nera a tormentare i giorni da eroe di Tom. A bordo gente scura, cinica, in cerca di qualcosa. Forse è tutto un malinteso. La cinepresa ci mostra magistralmente quant'è dura essere eroi nell'”American Dream Country”. Roba da perdere la testa, da diventare paranoici. E l'ombra continua a insidiare le certezze costruite a fatica dal nostro buon padre di famiglia, sul cui petto pende una croce d'argento, sigillo generosamente mostrato in più d'una inquadratura a garanzia del fatto che Tom è il bene?
Da qui in poi il film va visto e non raccontato, perché la parabola descritta da Cronenberg possa penetrare in tutta la sua destabilizzante bellezza sotto la pelle di chi guarda, attraverso gli occhi ossessionati e ossessionanti del meraviglioso e inquietante Viggo-Aragorn, laconico come Clint Eastwood, e poi giù tra le pieghe della cicatrice del guercio Ed Harris, sulla pelle di una Maria Bello in divisa da Cheerleader che non si può dimenticare, nelle chiazze di sangue che contaminano gli abbracci e le effusioni di una famiglia che si disgrega, pulsa, cambia, impara e, forse, si rigenera.
Perché è la famiglia il luogo della guarigione, dove può nascere un perdono che dona redenzione alle anime dilaniate.
La cinepresa di David Cronemberg prosegue la sua corsa esplorativa dentro e fuori l'individuo, con più misericordia e comprensione rispetto all'ordito bizzarro e senza speranza tessuto in “Spider”, ma sempre all'insegna di un dinamismo che pulsa ed intrattiene, lasciando col fiato sospeso nelle scene madri, incuriosendo, ponendo quesiti a più livelli, che toccano le corde più profonde dell'individuo, rivoltandolo come il babbuino di “La mosca”.
Pochi giorni prima di vedere questo capolavoro sono stato messo in catalessi da “Ma quando arrivano le ragazze” di Pupi Avati, film-manifesto di come s'è ridotta la cinematografia italiana, simile a uno strumento musicale rotto che getta lo spettatore in un limbo deprimente e monocorde?
“A history of violence” mi ha ricordato che cosa è il cinema, e perché lo amo.

Alessandro Franchi

Alessandro Franchi dice:

 

Ratings:

talmente brutto che e' ad un passo dal sublime

brutto, soldi buttati

cosi' cosi'

bello

bellissimo, da non perdere