Le recensioni cinematografiche più schiette del Web

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Crash - contatto fisico

Un film come Crash, è ormai evidente lo richiede la più recente tendenza di sceneggiatori, registi e (forse) produttori: il collage di tante storie e personaggi, l'incrocio dei destini in un breve spazio temporale, ventiquattro ore qui, minuto più minuto meno. Ok, ci sto, perché se ben manipolato lo stile del puzzle origina un modo di raccontare indubbiamente coinvolgente: lo ha insegnato con maestria il compianto Altman, lo ha riesumato Tarantino mettendoci del suo alla sua maniera, lo ha ripreso ancora lo spagnolo-californiano Inarritu gonfiando la componente melodrammatica. “Pure io, allora potrò”, si sarà detto Paul Haggis e l'embrione di idea del suo Crash (sottotitolo italiano “Contatto fisico”: perché???). Sì, Haggis ha indubbiamente potuto, perché Crash è risultato uno dei film-simbolo della stagione 2006, con i suoi tanti attori tra bravi, ex bravi e debuttanti, i suoi tre Oscar, la sua bella e furba colonna sonora, i suoi bravi spunti di riflessione. Ma Crash è proprio così?
No. Perlomeno non del tutto.
Perché Crash conferma, se mai ce ne fosse stato ancora bisogno, come negli Stati Uniti quella faccenduola dell'11 settembre 2001 se, all'epoca, comprensibilmente non la presero proprio benissimo, oggi a distanza di 5 anni abbondanti non l'hanno affatto superata. E così in questo pure bel prodottino la fa da protagonista una incontrollata e disturbante (xeno)fobia, che all'atto pratico si traduce in ansia, un'ansia possente, pesante, un'ansia che ti acchiappa il collo e stringe, stringe forte, forte da fare male, ma male per davvero. Un film, insomma, che in alcuni punti mette disagio, e questo non è un punto a sfavore, anzi, in un film ben venga il disagio, perché no, ma non si può costringere lo spettatore ad avvertirlo a tutti i costi, mentre Crash lo fa, in molti punti esagera, eccede, sembra che al tuo fianco ci siano Haggis e i suoi soggettisti che ti dicano: “Ma cazzo, dai, qui devi perlomeno sospirare, non lo capisci che questa è una metafora?”. Certo che lo capisco, si capisce sempre troppo bene. Ed eccolo qui il limite di un buon film, buono e per certi versi anche buonissimo, ma basta così, però, più del buonissimo non si può. Troppo sfacciate le intenzioni di chi un giorno ha ideato una palese macchina produttrice di Oscar come è effettivamente Crash. Peccato, perché sarebbe bastato qualche artificio in meno e una appena appena maggiore modestia. Oltre a una colonna sonora non così sfacciatamente paracula. Le statuette sarebbero arrivate lo stesso?

Rasputin

Rasputin dice:

 

Ratings:

talmente brutto che e' ad un passo dal sublime

brutto, soldi buttati

cosi' cosi'

bello

bellissimo, da non perdere