A questo giro, con buona pace dei detrattori della ditta Burton-Depp e in mezzo agli schiamazzi impazziti degli entusiasti dell’ultima ora, il pubblico dei più fedeli estimatori di Tim Burton può tirare un sospiro di sollievo.
Sweeney Todd è un film bellissimo e genuinamente burtoniano con alcune note nuove che, forse, esprimono un sentiero di maturità artistica che il regista di Burbank sta esplorando. Mettetevi comodi che vi spiego tutto per bene.
La scommessa di Tim Burton, realizzare un musical tipicamente teatrale e, nel contempo, un film di genere horror e sanguinolento, era bizzarra fin dall’inizio (e per nulla facile) ma è stata superata con il risultato di un film decisamente inedito per lui e per lo spettatore.
Sweeney Todd è un film –a tratti- magnifico, che gronda di autentica passione e tragedia come fossero sangue. Sangue a fiumi come quello che scorre protagonista fin nei titoli iniziali.
Il confronto con Sleepy Hollow è immediato e, probabilmente, il più sensato nel panorama dei film di Burton ma si dovrà ammettere che Sweeney Todd è proprio una novità e non è “solo” un film con molto più gore, ma, soprattutto, un film più complesso e maturo.
Si tratta di un thriller sottile per la sua intera durata che spaventa, diverte orribilmente e seduce sotto l’aspetto musicale.
Sweeney Todd affronta due semplici temi, nemmeno tanto originali: la vendetta e l’amore, trappole pericolosissime che conducono inesorabilmente gli uomini verso una tragica fine.
La vicenda ripresa da Burton, ormai notissima, nata da un racconto anonimo probabilmente frutto di un lavoro collettivo, è quella contenuta nel famosissimo musical di Stephem Sondheim che racconta una storia della Londra vittoriana che ha per protagonista un barbiere e la sua diabolica amante.
Sweeney Todd, dopo anni di ingiusta prigionia, ritorna a Londra per cercare vendetta nei confronti del giudice che lo ha imprigionato con la brama di prendersi moglie e figlia: con l’aiuto di Mrs. Lovett intraprenderà un percorso di vendetta violenta tinta di rossissimo e abbondantissimo sangue.
Ce n’è talmente tanto che qualche malinformato in sala a un certo punto ha osservato “Ah sì…ho capito, questo deve essere quel film…sì, quello con quel titolo originale...”There will be blood””. Da girarsi e prenderlo a rasoiate per l’incompetenza, se in fondo la frase non facesse anche un po’ sorridere.
Per una precisa scelta di Burton, che strizza l’occhio all’opera di autori come Mario Bava e George Romero, il sangue è colorato di un rosso vivo, finto e denso al punto giusto da sembrare vernice: tuttavia, direi che i deboli di stomaco possono astenersi dalla visione perchè il gore e il grand-guignol la fanno da padroni, dalla precisione chirurgica (è il caso di dirlo) della rappresentazione dei tagli, all’accuratezza del suono delle ossa rotte e dei corpi morti che precipitano giù per la botola del barbiere. La virata “horror-sanguinaria” tentata da Burton è perfettamente riuscita.
Senza rinunciare al suo personalissimo tocco e apportando numerosi tagli all’insieme completo delle musiche di Stephen Sondheim, Tim Burton realizza un musical estremamente fedele all’acclamato musical originale, sia nell’ideologia di fondo che nel disegno artistico e, nel debutto in un genere a lui sconosciuto, riesce laddove i suoi predecessori avevano fallito: servire perfettamente le intenzioni dell’originale opera teatrale.
Sweeney Todd è infatti estremamente coerente nel tentativo di tradurre in termini moderni il contesto teatrale del 1979.
L’originale Sweeney Todd aveva intenti più satirici e allegorici che intenti tradizionalmente teatrali: Sondheim intendeva trasporre in musica e versi la corruzione e il degrado di una Londra quasi dickensiana con note ironiche ed esageratamente grandguignolesche per enfatizzare la critica sociale e poter sdrammatizzare una delle storie più sanguinarie proprio grazie all’ostentazione e alla messa in scena del sangue.
In tal senso l’opera burtoniana è estremamente fedele all’opera teatrale e si traduce, se mi si permette l’ossimoro, in una tragica commedia dell’orrore gotica e nerissima.
Dunque Sweeney Todd è, prima di tutto, un musical. Un musical che contravviene quasi completamente alla regola della “coralità ”.
E meno male, direi.
Burton ci grazia dall’eventualità di vedere “eserciti” di personaggi e comprimari che si accalcano sulla scena cantando e danzando in coro e, ad eccezione dei duetti, tutti meravigliosamente riusciti, sviluppa la musica a livello dei singoli personaggi: a conti fatti, ritengo che questa scelta sia un punto di forza del film perché permette alla recitazione dei singoli di dare il meglio e costruire una melodica individuale ben precisa per ciascuno dei ruoli principali.
Burton riesce a costruire sequenze canore che scorrono fluide e piacevoli anche quando l’essenza solista accentua i toni drammatici della vicenda.
Non ho grande esperienza di musical, ma le canzoni mi sono piaciute abbastanza e mi hanno accompagnato durante la visione fino a diventare “familiari”: almeno un paio di brani mi sono parsi di eccellente livello e, comunque, sempre pienamente in grado di descrivere la vicenda, i personaggi e i loro risvolti interiori.
In altre parole, non si rimpiange l’assenza di dialoghi in più.
Passando ad aspetti più genuinamente visuali, Sweeney Todd sembra quasi un film in bianco e nero di una volta, nel quale a tratti appaiono macchie di colore incastrate nel grigio scuro dello sfondo o, addirittura, intere scene che sembrano tavolozze di colori, come la splendida sequenza del sogno di Mrs. Lovett che ricorda in pochi minuti tutti i motivi per cui abbiamo amato Tim Burton: Big Fish, Edward Mani di Forbice, Ed Wood, ossia il sogno e l’immaginazione, la ridicola comicità del dramma di non sapersi riconoscere nella società , la tenerezza con cui rappresenta i “diversi”, la dolcezza nascosta nella mostruosità , il romanticismo.
Londra è a dir poco stupenda: tenebrosa e sporca, teatro di pioggia e miseria, rappresenta benissimo l’animo nero del protagonista che, ripudiando e disprezzando la violenza e il disordine morale della città sin dalle sue prime battute, esprime tutto il biasimo e la condanna per sé stesso.
Per la maggior parte, Burton si rifà ai classici film dell’orrore hollywoodiani supportato dalle magistrali scenografie di Dante Ferretti (giustamente premiato con l’Oscar), dall’ottima e lugubre fotografia di Dariusz Wolski e dalla computer grafica che, tuttavia, in alcuni passaggi rischia di essere abusata ed estranea al corpo principale del film.
A questo proposito dico che ciò che mi fa “togliere una stella” a questo film è proprio questo stridente contrasto che si percepisce, specie nella prima fase, tra le inquadrature, spesso frenetiche, degli esterni londinesi e le inquadrature meravigliose e curatissime delle scenografie interne. Un modo per dire che la computer grafica deve restare quanto più possibile al servizio della scenografia e non viceversa. L’altro motivo di perplessità riguarda la sceneggiatura delle parti recitate che sembra spesso affrettata e poco approfondita, specialmente sul finale e in generale nei riguardi dei personaggi di Johanna e di Anthony.
Arrivo, infine, al capitolo attori: si capisce subito chi è stato scelto perché sa cantare e chi perché è un attore professionista, ma solo perché c’è un abisso recitativo tra le ottime performance dei secondi rispetto ai primi.
Le voci di Johanna e Anthony sono splendide almeno quanto sono insipide le interpretazioni dei loro attori (Jayne Wisener e Jamie Campbell Bower) e dato il minimo approfondimento concesso ai personaggi in questione, non c’è molto altro da aggiungere.
Tutti gli attori, quelli “grandi” cantano bene, compresi Alan Rickman (al quale, tuttavia, si può perdonare di tutto) e Sacha Baron Cohen, che regala un’apparizione divertente con una parodia di accento italiano davvero apprezzabile.
Johnny Depp è, al solito, bravissimo persino nel mostrare le sue doti canore. Si ritiri in buon ordine chi afferma (ingiustamente) che “sa fare sempre le stesse tre facce” perché un Depp così espressivo e immerso nel suo personaggio gareggia in bravura solo con quello di The Libertine e regala un’interpretazione di Sweeney Todd indimenticabile che fa sfoggio di tutto il suo talento.
Il suo Todd è completamente perso, pericoloso e crudele, del tutto fuori controllo anche quando, con lo sguardo vuoto nei suoi pensieri di vendetta, sembra “solo” un uomo fuori del mondo e fuori di sé.
Bravissimo Depp: mentre quasi tutti staranno lì a sentirlo cantare e dire “Ma caspita, è bravo!” rischieranno di perdere una stupenda recitazione nella quale fonde perfettamente canto, espressione fisica e trasmissione emozionale.
Helena Bonham Carter, tuttavia, fa ancora di meglio di lui riuscendo, se mai ce fosse stato bisogno, a meritarsi completamente tutta la mia ammirazione.
Mentre c’è ancora chi maligna sul fatto che abbia avuto la parte perché è la moglie del regista piuttosto che per aver superato un provino con Sondheim, io dico “chissenefrega”. Helena è semplicemente l’unica attrice che avrebbe potuto portare sullo schermo Mrs. Lovett con quella grazia folle e furiosa che la contraddistingue. Canta benissimo e recita ancora meglio, dominando tutti i duetti e mostrandosi sempre in bilico nelle sue tre anime di donna deliziosamente folle e crudele, donna tragicamente innamorata di un uomo senza futuro e madre mancata, dolce e scellerata.
La tenera e triste ballata nella quale duetta con Ed Sanders, il giovanissimo che interpreta Toby e che da sfoggio di una voce eccezionale, "Not While I'm Around" è il momento più toccante di tutto il film.
In Sweeney Todd, quindi, c’è proprio tutto il Burton che conosciamo: il fascino verso il “lato oscuro” delle favole, la forza visiva della messa in scena, il dualismo interno dei personaggi e la critica alla società “adulta”.
Tuttavia, questa volta, c’è qualcosa di nuovo, o meglio “non c’è”. Manca, infatti, anche la più piccola traccia di speranza finale che ha sempre contraddistinto le sue fiabe dark.
Il protagonista non è “un po’ malvagio” e “un po’ buono” ma è proprio un campione di crudeltà d’animo e mostruosità che non si può perdonare in nessun modo.
In Sweeney Todd sono tutti condannati, sono tutti vittima delle loro anime nere o di quelle altrui e nessuno, all’epilogo, sembra in grado di salvarsi.
Forse Burton è cresciuto e ha trovato il modo di abbandonarsi totalmente alla più cupa e dark delle visioni del mondo, lasciando stare, almeno per questa volta, ogni fiabesco romanticismo.
Dopo l’indigestione di zuccheri a cui eravamo stati costretti ne La Fabbrica del Cioccolato, c’è, finalmente, di che essere soddisfatti.
.donnie.
.donnie. dice: 
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talmente brutto che e' ad un passo dal sublime
brutto, soldi buttati
cosi' cosi'
bello
bellissimo, da non perdere