Into the wild.
Sono in difficoltà nell’iniziare la recensione definendo, come faccio di solito, una qualche caratteristica del film in un solo periodo. E allora iniziamo dalla storia.
Tratto da un libro “Nelle terre estreme” di Jon Krakauer, a sua volta ispirato a una storia vera, Into the Wild racconta la storia di Christopher, giovane di buona famiglia e benestante che, dopo la laurea, lascia casa sua e parte, abbandonando ogni cosa e tutti, in viaggio per scoprire la natura e raggiungere l'Alaska. Durante il suo viaggio farà incontri ed esperienze che gli segneranno la vita per sempre.
Into the wild è un film di riflessione, nel senso che dopo i suoi 148 minuti nei quali non ci si riesce ad annoiare, ci fa riflettere sulla sua profondità .
La cosa più bella di questo film, a mio avviso, è che, senza presentare giudizi di merito o messaggi didascalici, racconta una storia sulla quale ognuno è costretto a pensare. La storia, al di là dell’evento descritto, descrive la crescita e il diventare uomo di un ragazzo attraverso il contatto con la natura e il mondo “selvaggio” e la crescita e la presa di consapevolezza di un popolo che ha perso la grandezza della propria origine nel rifiuto del contatto con la propria terra.
Il viaggio di Chris è una fuga dal sistema capitalistico in cui viviamo, dalla schiavitù del confort occidentale e dalla prigione della realtà che conosciamo alla ricerca di ciò che per lui fonda la differenza tra il “vivere” e il semplice “esistere”: i valori che avvicinano alla natura e alla terra, all’essenza primordiale dell’uomo, a sé stessi, alla verità .
Ma oggi, per qualcuno di noi, della nostra società , c’è davvero spazio per la ricerca del legame tra l’uomo e la natura circostante? In termini generali, c’è spazio per inseguire i propri sogni ignorando “tutto il resto”? La bellezza drammatica di Into the wild, sta tutta, a mio avviso, nel non cercare di dare una risposta a queste domande attraverso l’emissione di un giudizio sulla scelta del protagonista. Christopher non viene mai giudicato e difficilmente si intravvedono messaggi didascalici nella sua vicenda.
Le risposte, a entrambe le domande, mi sembrerebbero essere dei no, per l’incapacità individuale di sintetizzare sé stessa nella collettività e il film “suggerisce” questa negazione solo attraverso una sensazione di smarrimento e inadeguatezza che domina le scene dall’inizio alla fine.
Into the wild è un film che ti accompagna a lungo dopo la visione, una volta usciti dalla sala. Non per immedesimazione nella storia del protagonista di cui, personalmente non condivido la scelta ascetica, ma per una sorta di “partecipazione” spirituale al suo viaggio. Si può provare ammirazione, rabbia, dolore, biasimo per lui, ma alla fine, il giudizio resta sospeso, per l’impossibilità di entrare davvero in contatto con l’intimità del suo animo. E a me, questo particolare, sembra magnifico.
Oltre alla storia, il film è un capolavoro anche per come è stato realizzato.
Lo stile oscilla tra il poetico e il crudo, il montaggio è “a tappe” e, a dirla tutta, non ha molto di originale: eppure, nelle mani di Sean Penn, che riesce a creare immagini di impatto visivo fortissimo e memorabile, non rischia mai di diventare prevedibile: mentre le battute ti suggeriscono un concetto, arriva un’immagine a dirti tutt’altro.
Raramente ho visto film che riescono a dire così tanto senza una battuta di dialogo e solo per immagini. L’allontanamento fisico di Chris dalla nostra società , ad esempio, è reso e documentato attraverso un piccolo particolare nel cielo: all’inizio del viaggio il cielo ha molte striature di aerei che diminuiscono, fino a scomparire, man mano che il ragazzo raggiunge la meta agognata e si allontana dalla società moderna, come se la meta agognata fosse un angolo di cielo limpido.
La regia è intensa, maniacalmente curata nei dettagli, bellissima e pacata e non cade mai nel rischio di rendere con sequenze troppo forti le scene più drammatiche o spettacolari, di dare troppa enfasi ai personaggi principali, o di giocare con l’emotività dello spettatore che viene rispettata fino alla fine nella quale non si scade in un epilogo lacrimevole.
Sotto il profilo della realizzazione, il film non è affatto lineare e mantiene sempre un buon ritmo, concedendo quasi una regia nevrotica e di spregio delle regole, come nello stile del primissimo Sean Penn: vi sono alcune inquadrature “storte” o non centrate, intenzionalmente voluta per rendere “selvaggia” anche la sua presentazione e vi è l’infrazione della regola che non vorrebbe mai che gli attori guardassero direttamente in camera.
La sceneggiatura divide la narrazione in momenti in cui si racconta la nuova vita di Chris, momenti in cui si racconta il suo viaggio verso l’Alaska e momenti in cui, attraverso la voce narrante, si conosce il suo passato: una scelta indovinata e fedele al romanzo nel suo punto di vista quasi “giornalistico”.
Un tale film, non poteva essere un capolavoro senza performance d’attore straordinarie in grado di addentrarsi nell’essenza della storia in modo totale.
Emile Hirsh, il protagonista, è bravissimo e convincente, a tratti intrigante e passionale.
William Hurt recita magnificamente il personaggio del padre, conferendogli la giusta austeritĂ , la fredda determinazione e la ricerca di controllo interiore dei sentimenti, il cinismo e la ricerca di perfezione anche nella sua doppia personalitĂ . A volte bastano pochi minuti per mostrare un grande attore e William Hurt, se pure ce ne fosse bisogno, lo dimostra magistralmente nel suo crollo finale, in mezzo alla strada.
Mi è piaciuto persino Vince Vaughn, che prima di Into the wild ricordavo giusto per il dubbio sulla pronuncia del nome: il pressapochismo recitativo che lo contraddistingue è, in questo caso, assolutamente perfetto per Wayne.
Infine, la colonna sonora: i pezzi di Eddie Vedder veicolano e catalizzano le emozioni durante tutto il film in modo appropriato, rischiando di essere un po’ eccessivi solo in un paio di occasioni.
Complimenti a Sean Penn che dimostra di essere una spettacolare incongruenza in carne ed ossa: Sean Penn mi da l’idea di un perfetto bifolco, cafone, antipatico e socialmente scorretto al pari di David Kleinfeld, l’avvocato da lui interpretato in Carlito’s way e l’incongruenza sta tutta nel fatto che trovo sia un artista incredibilmente dotato e apprezzabile, in grado di realizzare pura arte nel modo migliore possibile. E’ un po’ strano, no?
Tutto perfetto, quindi?
Quasi tutto, perché al di là del fatto che Into the wild resta un capolavoro della storia del cinema, mi resta un dubbio. La sensazione di intravvedere una simbologia religiosa in alcuni momenti (lui che galleggia a braccia aperte come in croce, i suoi capelli da martire, le lacrime negli occhi alla fine, la sensazione che solo il ricongiungimento con Dio potesse renderlo felice) che mi sorprende alla luce della laicità del regista e, tutto sommato, non mi piace più di tanto.
Ma magari sbaglio.
Nota a margine:
Non ho proprio capito se Chris, alla fine, rimpiangesse di non poter tornare dalla sua famiglia o se fosse ancora soddisfatto della sua scelta. Ciò che scrive sul diario "la felicità è vera solo se condivisa" e ciò che dice pensando a un possibile ritorno a casa “ma se io tornassi da voi e vi abbracciassi, riuscirei a vedere quello che vedo ora” mi sembra in contrasto.
.donnie. dice: 
Ratings:
talmente brutto che e' ad un passo dal sublime
brutto, soldi buttati
cosi' cosi'
bello
bellissimo, da non perdere