Le recensioni cinematografiche più schiette del Web

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Il petroliere

Paul Thomas Anderson rilancia una raffinatissima forma di tortura psicologica: il film. Una tortura che raccoglie il peggio di certe lungaggini à la Nouvelle Vague, dei lungometraggi di 8 ore di Andy Warhol, dell'indigestione forzata e terapeutica d'immagini nella clinica del dottor Brodsky in Arancia Meccanica. Stare davanti a "Il petroliere" per tutti i 158 minuti della sua durata è una prova di Resistenza. Roba da far apparire Guantanamo una succursale delle Suore Francescane dell'Immacolata.
Ora, la domanda è "perché"?
Non c'è nemmeno un briciolo della poetica politica di Godard e company, delle provocazioni leziose e drogate del padrino della pop art, né tantomeno – ma questo è superfluo – di un'infinitesimale atomo del genio di Kubrick.
Ma basta con citazioni e paroloni, passiamo ai fatti.
Il film è la storia di un petroliere che trascorre l'intera sua esistenza a trivellare altopiani rocciosi e accumulare denaro: una vita e quasi tre ore di campi lunghi e penetrazioni geo-politiche. In versione "Mazzarò del West", Daniel Day Lewis è eccezionale nel mantenere costanti alcune pose, in barba (anzi, in baffo), ai caratteristi di inizio 900. Il petroliere sta sempre un po' ingobbito, con un occhio a mezz'asta, un bolo da masticare in bocca, e il passo vagamente zoppicante da allegoria del sogno (incubo) americano. E ci sta tutto, per un personaggio gretto e arcigno come questo. Ma da qui alla nomination all'Oscar come migliore attore protagonista ne scorre di petrolio sotto i ponti... Di questo passo Alvaro Vitali potrebbe reclamare un set completo di statuette.
Poi c'è la sceneggiatura: un nonsense infinito di silenzi (laddove servirebbero parole), e dialoghi lenti, ridondanti, inutili e fastidiosi (laddove uno sguardo sarebbe più che sufficiente). Uno script invertebrato che mostra le terga a tremila anni di strutture narrative, e anche alla casalinga di Trezzo d'Adda che ormai padroneggia i tre atti meglio di Aristotele.
Non parliamo, poi, della caratterizzazione dei personaggi, inesistente; delle relazioni tra di loro, ora tanto implicite da non essere comprensibili, ora tanto esplicite da risultare immotivate; e della recitazione, basata su un lapalissiano e barocco lavoro di improvvisazione che si rivela alla fine per ciò che è: un puro esercizio di stile.
La fotografia contribuisce alla grande alla stritolatio pallorum: costante, arida e soporifera, come il paesaggio.
La musica, composta nientepopodimeno che da Jonny Greenwood (chitarrista dei Radiohead), c'entra come la Clerici nel salotto di Miuccia Prada: violini intensi (quando l'emotività trasmessa dalle immagini è quella di una triglia), strigliate sperimentali alla Stockhausen (in mezzo alla "dotta ignoranza" dei bovari dell'ultima frontiera e delle vecchine con la papalina invasate più dei mormoni).
Il tema, presunta epopea storica, dovrebbe svilupparsi come una manichea e irrisolta dialettica tra bene travestito da male e male travestito da bene (della serie: c'è grossa crisi), tra capitalismo e proselitismo. Dicevo "dovrebbe", per l'appunto.
Andatelo a vedere, questo film.
Perché? È un modo di conoscere i propri limiti di resistenza all'inutilità.
Vi faccio notare che il titolo originale – tradotto alla solita maniera italiota – è "There Will Be Blood". Infatti ci sarà sangue, sì, il vostro. È una battaglia, signori, senza esclusione di colpi, tortura, inclusa. Armatevi di coraggio, pazienza, istinto di sopravvivenza, vettovaglie.
Noi, al cinema, ignari di ciò che ci attendeva, avevamo a disposizione "solo" una bottiglietta d'acqua, un vasetto di caramelle gommose, la fila di poltrone vuote di fianco a noi per stravaccarci, un buon senso dell'umorismo, e qualche salvifico bacio...

Ah, dimenticavo: ecco i capolavori critici dei giornalisti italiani...
(ma lo sapranno che "critica" viene dalla radice greca "kri", che significa "distinguere?").
Anche se questa volta devo aggiungere che anche i ben più capaci colleghi statunitensi hanno accolto il polpettone "tutto fumo e niente arrosto" con estremo entusiasmo.
Deve essere una sindrome allucinatoria collettiva...
Sarà forse il fatto che l'avvento di Obama quasi non sembra vero e che tutto ciò è ora et semper "so american"!
Oppure la "novità" della diversa interpretazione del sogno americano (abbietti cercatori di petrolio, finti profeti, disonoratori del padre, peccatori laici ma blasfemi). Cosa che, per chi è abituato all'auto-celebrazione (in un caso e nell'altro pure) appare così straordinaria.

Autore: Roberto Nepoti - Testata: la Repubblica
(...) Il progetto è ambizioso, perfino grandioso; e tuttavia Il petroliere resta un semi-capolavoro, un monumento a metà, che ha il coraggio e la forza di demolire l´epos retorico della "grande nazione", ma poi rimane come impaniato nel grottesco, nello sberleffo amaro, nel ritratto di un antieroe nero dalla psicopatia conclamata. (...)

Autore: Lietta Tornabuoni - Testata: La Stampa
(...) è uno di quei film americani titanici (...)
Nel film tutte le classiche virtù sociali dell'uomo americano si invertono in vizi intollerabili (...) Il film ha qualcosa di distaccato e lontano che non somiglia alle opere precedenti di Anderson (Sidney, Boogie Nights, Magnolia) ma che cerca e trova una forza inconsueta, energia mai vista.

Autore: Il giornale - Testata: il Giornale
(...) quasi tre ore di proiezione, ardui anche per i rari esperti italiani di storia degli Stati Uniti. Anderson infatti non ricorre alla voce fuori campo o alle didascalie per spiegare. Fa bene, ma chi ignora il contesto entrando al cinema ne uscirà avendo capito poco (...)

Autore: Paolo Mereghetti - Testata: Il corriere della sera
(...) Girato in Cinemascope e in scenari di ruvida bellezza, il film finisce così per concentrarsi sulla faccia di Daniel Day-Lewis, davvero ammirevole nel lavoro mimetico che gli permette di esprimere con la forza dello sguardo, l' incurvatura del corpo, la mobilità delle mani quello che stava trasformando lo spirito e l' animo di tutta una nazione. (...) I meriti e i difetti del film sono tutti qui, nella prova forse troppo grande di Daniel Day-Lewis e nello sforzo che fa il regista per non perderne nemmeno un grammo (...)

Autore: Roberto Silvestri
(...) Un capolavoro visionario (...). Filone «cinema capitalistico indemoniato», il sogno americano che diventa un incubo, come in Il Gigante o Chinatown, più le epopee disperate di John Huston, i melò strazianti di Douglas Sirk, le fette di storia farcita servite da Griffith, Ford o Milius, e Spencer Tracy, grondante di liquame nero che anticipò lo psicomostro infetto di Alien e quell'identico mostro di bravura di Daniel Day Lewis, che di questa epopea sull'individualismo celibe, Paramount più Miramax, è dittatore assoluto. (...)

Alessia Pagano

Alessia Pagano dice:

 

Ratings:

talmente brutto che e' ad un passo dal sublime

brutto, soldi buttati

cosi' cosi'

bello

bellissimo, da non perdere