There will be blood
(Il petroliere) anno 2008
Di P. T. Anderson
Cinema di alto livello, ma è un capolavoro come ci si aspettava? Forse no: è un film buonissimo ma mi ha lasciato un piccolo senso di insoddisfazione perché “mi aspettavo di più”. Poi, uscendo dalla sala ho visto le locandine di Parlami d’Amore e di Scusa ma ti chiamo amore e mi sono detta “Che stronza che sono. Mai contenti come si deve.” A quel punto, il ricordo de Il Petroliere era già commovente.
Ma andiamo con ordine.
La trama: ispirato al romanzo “Oil” di Upton Sinclair, il film racconta la vicenda di Daniel Plainview, un cercatore d'argento che, alla fine dell'800, trova il petrolio nell'Ovest degli Stati Uniti. La sua ricchezza diventa considerevole grazie anche allo sfruttamento della presenza dell'unico figlio che lo aiuta a convincere i contadini a cedergli i terreni. Troverà però sulla sua strada un giovane predicatore che prima lo aiuterà e poi, temendo un troppo veloce arrivo della modernità , manipolerà contro di lui la comunità . Dopo alterne vicende che metteranno a dura prova le sorti personali ed economiche di Plainview, l’uomo dovrà fare i conti con il suo precipitare nell'avidità del possesso.
Il film inizia con dieci minuti che sono una lezione di cinema sull’uso di suoni e immagini (non c’è una parola!). Nel resto dell’incipit, comunque, si ritrovano moltissimi messaggi e simbolismi dal valore didascalico che si perdono nella seconda parte a favore della messa in scena di azione, dramma ed emozione.
Una debolezza del film è sicuramente questa lunga prima parte “didattica”: sarà anche necessaria, ma è davvero lunga e ci si trova alla fine a pensare “ok, quand’è che comincia a succedere qualcosa?”. Perché in testa risuona quella promessa (tradita nella traduzione del titolo, ma che i cinefili ricordano bene) “Ci sarà sangue”.
La traduzione del titolo rischia di far perdere la promessa del sangue, tuttavia non è giusto lamentarsi più di tanto davanti a un onesto “Il petroliere” che sposta l’attenzione e la curiosità dello spettatore verso il vero punto di forza del film: il protagonista.
E poi, cos’è il petrolio se non il sangue per il quale ancora oggi si combattono le guerre?
Specialmente nella seconda parte il film mette in scena bellissimi duelli dai ritmi serrati e una serie di scene ipnotiche e accattivanti: tutti gli scontri tra antagonisti, la benedizione al pozzo, la prima volta che Plainview “scatta” contro il predicatore, la vendetta del figlio, la scena in spiaggia, quella in chiesa. Una progressione impressionante che ripaga delle attese della prima parte del film.
La corsa di Plaiview con il figlio in braccio mentre la torre è in fiamme è una delle scene più belle del film, anche se moltissimi ricorderanno a lungo la scena del “frullato” che ha tutte le caratteristiche per diventare una scena “cult”.
Ritengo che il film sia un capolavoro per i suoi personaggi più che per la storia e forse, per questo, non riesce a essere un capolavoro pieno come ci si poteva aspettare: la storia, in fondo, non ha nulla di nuovo che non sia già stato affrontato più volte al cinema. L’uomo che finisce perso e isolato per colpa della sua sete di potere è un clichè visto e rivisto: ma occorre ammettere che vederlo nell’interpretazione di Daniel Day Lewis fa decisamente un bell’effetto.
Anderson mi aveva folgorato con Magnolia e continua a meritarsi tutta la mia stima. La sua regia è stupenda e apprezzabile anche quando sembra esagerare mettendo in mostra, ad esempio, un’ironia che sfiora il ridicolo (la scena in chiesa) e che sembrerebbe fuori luogo. Alla fine realizzi che ha fatto proprio bene e che l’effetto è voluto anche quando i suoi attori sembrano andare troppo a briglia sciolta.
Sebbene con questo film Anderson gli sia lontano anni luce, dedica un ricordo al suo primo maestro. Altman, ricordandolo nei titoli di coda.
Sui personaggi ho giĂ detto che li ritengo uno dei punti di forza e questo, naturalmente, grazie alle magistrali interpretazioni degli attori.
Daniel Day Lewis è fuori concorso, non solo perché calca sempre la scena e pertanto porta sulle spalle l’intero film, ma soprattutto perché… è bravissimo, che altro si dovrebbe dire? Una prova magistrale nella quale caratterizza tutte le sfumature del suo personaggio: avido, testardo, arrogante, misantropo, pieno di odio e risentimento, orgoglioso, spietato e capace uomo di affari, padre incompetente e perdente.
Niente da dire al suo antagonista (sebbene un confronto sia fuori luogo per efficacia) che si rende subito antipatico e odioso e altrettanto ipocrita come “falso profeta” rispetto al petroliere.
Entrambi sconfitti, entrambi condannati, entrambi perdono qualcosa per aver cercato di aver tutto. Emblemi di una simbologia (materia contro falsa spiritualitĂ ) nemmeno troppo nascosta.
Indimenticabile la frase “Io sono un falso profeta e Dio è una superstizione!”
Per finire, nota di merito a tutta la tecnica con cui il film è realizzato e alla stupenda fotografia. Le musiche (di Johnny Greenwood, chitarrista dei Radiohead) sono molto belle, ma mi convincono poco in alcuni passaggi. Il doppiaggio, specie quello di Pannofino, non mi è dispiaciuto.
Che altro aggiungere?
Che l’Oscar a Daniel Day Lewis è stato meritatissimo.
Così come l’Oscar per la fotografia.
.donnie.
.donnie. dice: 
Ratings:
talmente brutto che e' ad un passo dal sublime
brutto, soldi buttati
cosi' cosi'
bello
bellissimo, da non perdere