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L'ultimo bacio

Di: Gabriele Muccino; anno: 2001; paese: Italia.

Un amico mi ha chiesto: “Scusa, ma per te cos’è un film “stronzo””? Ho risposto “Bè, ad esempio, un film stronzo è L’Ultimo Bacio”.
Volendo, la recensione potrebbe finire qui. Ma poi, come il mio amico, sono sicura che vorrete sapere perché è un film stronzo e mi trovo, pertanto, costretta a spendere qualche riga in più.
Per rendere il mio compito più facile, facciamo finta che io e Muccino facciamo un’intervista doppia sull’Ultimo bacio e rispondiamo a una serie di domande che vi porterà a capire senza ulteriori dubbi di che percentuale di stronzaggine stiamo parlando. Alla fine vi resterà solo da decidere se credere a me o a lui.

Come ti chiami?
Muccino: Gabriele
.donnie.: non posso dirlo, sto usando uno pseudonimo.

Di cosa parla L’ultimo bacio?
Muccino: Bè…ma dell’amore, naturalmente!
.donnie.: Crisi di coppia, all’interno di una crisi di età, all’interno della crisi della famiglia, all’interno della crisi dei valori di una società che tradotto in scene diventa “Tutti vorrebbero fare le corna al proprio partner: qualcuno ci riesce e qualcuno no.” Il cinema italiano contemporaneo era praticamente vergine su temi come questo, insomma… se ne sentiva proprio la necessità! E’ come se avesse preso l’elenco “I luoghi comuni più abusati dalla cinematografia contemporanea italiana” e si fosse messo a scegliere: “Questo si, questo anche…questo pure…ce l’ho…mi manca, mettiamolo!”

In che modo hai portato sulla scena questo tema?
Muccino: Secondo la mia visione matura e moderna dell’amore e della crisi dei valori, ma anche riuscendo a fare un film in grado di piacere a tutti e di divertire.
.donnie.: In modo molto furbo, mescolando le giuste dosi di retorica, banalità, clichè sulle categorie messe in scena e qualche trucchetto glamour e patinato per poter dire “so’ tanto figo!”.

Come si sviluppa il film?
Muccino: Racconto storie differenti di persone che si incrociano come in un puzzle di vite che si compone in un quadro coerente di narrazione.
.donnie.: Mette in scena storie di persone che si incrociano, ma siccome non si chiama Altman, né Anderson, bensì Muccino, il risultato non è affatto una composizione di coerenza narrativa ma l’accozzaglia ordinata di più spot pubblicitari, al massimo videoclip (alcuni di troppo), a nessuno dei quali è dedicato un approfondimento che vada oltre la superficialità dell’azione e in nessuno dei quali si può ritrovare un protagonista raccontato appena oltre i vestiti che indossa e la macchina che guida. Insomma, il palese tentativo di plagio di Magnolia è miseramente fallito.

Come hai scelto gli interpreti?
Muccino: Ho dato spazio a giovani attori emergenti del nostro cinema, ma giĂ  di eccezionale livello, supportati da attori di esperienza.
.donnie.: Apparentemente sono state seguite diverse strategie tutte accomunate dall’obiettivo “nessuna empatia con lo spettatore”. In primo luogo c’era una selezione in corso per “I volti e le voci più insopportabili del cinema italiano” e Gabriele ha fatto il casting pescando a piene mani tra i primissimi esclusi (chi avrà vinto il concorso?). Così si è beccato l’Accorsi, gustoso e saporito come la sabbia, la cui massima espressione è rappresentata dallo stupore con cui osserva la ninfetta alla festa di adolescenti (no, davvero, guardategli la faccia: nessuno può fare così bene la faccia da ebete, a meno che non sia un ebete sul serio); Giovanna Mezzogiorno, il cui bel viso è ampiamente compensato da una voce che, nella scena in cui si scaglia contro il fidanzato fedifrago, riescono a sentire solo i cani, perché raggiunge gli ultrasuoni (sia chiaro: tradita o no, incinta o no, una che urla a quel modo ha torto a prescindere); Sabrina Impacciatore, che probabilmente è anche una ragazza intelligente e capace di fare della satira, ma se non ha una faccia del c…. lei, allora ditemi chi ce l’ha; Claudio Santamaria, che da quando ha superato l’infanzia presta il suo volto all’Antipatia (in realtà non ho certezze sul fatto che da bambino avesse la faccia più simpatica).
In secondo luogo Muccino ha pensato di accostare volti nuovi e vecchie certezze e così, da una parte, ci siamo ritrovati, ad esempio, una come Martina Stella, a proposito della quale che si deve dire? O si spara sulla Croce Rossa o si trae la conclusione che, in effetti, è il personaggio più puro e riuscito di tutto il film perché il ruolo della zoccoletta sciocca e pallosa le viene benissimo. Dall’altra, ci siamo ritrovati una come Stefania Sandrelli che si affanna tantissimo a fare quella svampita infelice di mezza età, un po’ depressa, che rimpiange la sua giovinezza perduta: la rimpiangiamo tutti noi la sua giovinezza perduta, e poi, che si affanna a fare? Lei è proprio così, bastava che si presentasse in scena e facesse sé stessa.
Infine ci sono un paio di scelte non male, mi riferisco a Pierfrancesco Favino e a Marco Cocci (che è quello con i capelli rasta) che, almeno dal mio punto di vista, hanno volti e ruoli interessanti, ma, ovviamente, male e poco approfonditi dalla sapiente mano del regista.

Qual è stata la parte più difficile nel girare questo film?
Muccino: Evitare il rischio di cadere nella banalitĂ  per offrire al pubblico un film come quelli americani.
.donnie.: Penso nessuna, perché questo furbetto ha capito tutto di quel che si può dare in pasto al pubblico italiano raccogliendo una barca di soldi al botteghino: merdose soap opera in salsa glamour. Certo, qualche momento di difficoltà ci sarà stato, come quel giorno in cui il camioncino del catering era in ritardo, oppure quando la messa in piega di Martina Stella non era venuta proprio benissimo, oppure quel giorno in cui Accorsi si ostinava a voler dare spessore al suo personaggio e tutti a dirgli “A’ Stè… e accanna daje…”. Si, insomma, quel genere di difficoltà che potrebbe incontrare una produzione strafinanziata e ultrapromossa dai soliti ignoti che comandano il cinema italiano.

Da cosa hai tratto ispirazione?
Muccino: Dalla realtà moderna e dall’osservazione dei trentenni di oggi.
.donnie.: Da un’idea un po’ distorta della realtà moderna e dei trentenni di oggi. Avete circa trent’anni come me? Allora fate mente locale e pensate alla cerchia dei vostri amici e delle loro famiglie: quanti di voi hanno tutti gli amici in crisi sentimentale, con la vita amorosa distrutta dall’arrivo di un bambino, con genitori realizzati ma frustrati che vorrebbero rifarsi delle passioni perse nella vita, un paio di amici che ancora sogna di fare il viaggio di una vita prima che sia troppo tardi e, dulcis in fundo, l’amico coglionazzo che si fa una storia con una diciottenne per provare l’ultima ebbrezza prima del matrimonio e si fa pure beccare? Questi non sono i trentenni di oggi: i trentenni di oggi hanno storie sentimentali più o meno fortunate esattamente come i trentenni del passato; una metà vive ancora con i genitori, e non perché è fatta di “bamboccioni” ma perché la possibilità economica di fare diversamente è rarissima; l’altra metà vive in coppia e ha mutui da pagare e prova a farcela; spesso ha bimbi piccoli che complicano meravigliosamente l’esistenza; ma ha anche genitori presenti e niente affatto frustrati che li aiuta volentieri perché si sentono, e sono, abbastanza giovani da ricercare nuove passioni, (quelle da nonni soprattutto). Insomma, questo è il quadro. Ci saranno, per carità, anche le vicende come quelle raccontate ne L’Ultimo Bacio, ma trovo francamente insopportabile che il messaggio finale del teorema mucciniano sia “l’amore è roba tosta e difficile, la normalità è la vera rivoluzione e la fedeltà è la vera utopia”.

Qual è la scena che ti è rimasta più impressa?
Muccino: Molte. Questo film è la massima espressione del mio talento perché ancora non ho girato “La ricerca della felicità” e quindi devo rispondere che tutte le scene per me sono memorabili e che questo è il mio capolavoro.
.donnie.: Accorsi, alla fine, che corre dietro al pullmino con lo champagne in mano e con la faccia che vorrebbe essere un mix di disperazione e euforia per una fase che si chiude e una che comincia. E’ agghiacciante.

Qual è quella che pensi sia venuta meglio?
Muccino: Molte. Questo film è la massima espressione del mio talento perché ancora non ho girato “La ricerca della felicità” e quindi devo rispondere che tutte le scene per me sono venute bene e che questo è il mio capolavoro.
.donnie.: Trovo la prima telefonata di Martina Stella, quando dice “Ho preso 7!” e poi lo invita alla festa abbastanza verosimile.

E peggio?
Muccino: La scena della festa degli adolescenti. Se potessi rifarla oggi la farei durare un po’ di più e poi mi piacerebbe prendere spunto e fare qualche omaggio cinematografico al regista che più di ogni altro ha posato una pietra miliare del “come fare scene di feste di adolescenti”: Federico Moccia. All’epoca de L’ultimo bacio la sua opera non era ancora apparsa sugli schermi, ma oggi non potrei esimermi dal prenderlo come metro di riferimento. Complimenti Federico e grazie.
.donnie.: Quanto tempo ho per rispondere? Quest’intervista sta già andando per le lunghe? Allora diciamo, in generale, tutte le scene in cui si dovrebbe rappresentare un dramma e puntualmente il dramma non va oltre i 2-3 minuti per lasciare spazio a battute del cavolo e trovate per buttarla in caciara, sia mai che ne venga fuori qualcosa di davvero introspettivo.

Pensi che le storie raccontate da questo film siano verosimili e rispecchino la realtĂ ?
Muccino: Assolutamente si. Ho messo in scena la “normalità”.
.donnie.: Ma quando mai? Cinque stereotipi di relazioni inverosimili interpretati da personaggi benestanti di un microcosmo assolutamente non rappresentativo. A questo punto anche Beautiful rispecchia la realtĂ .

Hai visto il film di tuo fratello Silvio, Parlami d’Amore?
Muccino: Sì, e mi sono emozionato.
.donnie.: Sì. Non sapevo se ridere o se piangere.

Cosa pensi di Silvio Muccino come regista?
Muccino: Appena ho visto Parlami d’Amore, la sua opera prima, l’ho preso per le spalle e con tutto l’affetto di un fratello maggiore gli ho detto: “Bravo Silvio, adesso sei un regista” (nb: le parole testuali non sono frutto di fantasia)
.donnie.: Che fa schifo. Appena ho visto Parlami d’amore ho pensato che se io fossi stato il fratello maggiore, l’avrei preso per le spalle e con tutto l’affetto possibile (o almeno quello rimasto dopo una simile visione) lo avrei scrollato per bene e gli avrei detto “Silvio, cazzo. Perché non torni a giocare con i Lego?”

Fine dell’intervista nella quale è emerso come L’ultimo bacio sia un film stronzo (e, per via dell’ultima risposta, lo sia un po’ anche il suo regista).
E se non ne siete ancora del tutto convinti,vi faccio notare ancora l’ultimo, infimo, subdolo particolare: non bastava la fiera dei luoghi comuni sui trentenni tutti Peter Pan, superficiali e viziati, che sbavano dietro a ragazzine emancipate e incazzose, che sono immaturi e hanno in mente solo l’Africa anche quando gli è appena morto il padre (padre che sarà probabilmente stato un cinquantenne sull’orlo di una crisi di nervi e pronto al divorzio), che hanno mogli irascibili, isteriche e incapaci di tenere a bada un frugoletto di pochi mesi.
No, tutto ciò non bastava e serviva ancora il Re dei luoghi comuni, la perla finale: Giovanna Mezzogiorno, perdonato e sposato un Accorsi che ormai è completamente rincoglionito d’amore solo per la sua dolce figlioletta, corre nel parco per rimettersi in forma e flirta ammiccante con il vitellone di turno che ci prova con la scusa del fitness.
Morale della favola? Le donne sono tutte puttane e l’elenco dei luoghi comuni è completo.
Vai Gabriele, anche questo “cellai!”

.donnie.

.donnie. dice:

 

Ratings:

talmente brutto che e' ad un passo dal sublime

brutto, soldi buttati

cosi' cosi'

bello

bellissimo, da non perdere