Di Silvio Muccino (2008)
Troppo facile scrivere solo recensioni di film che mi sono piaciuti. D’accordo, l’ho fatto e dirò che l’ho fatto per me, per mettermi sadicamente alla prova, e che l’ho fatto per voi che, senza dubbio, ve ne stavate in fremente attesa di qualcuno che vi dicesse qualcosa di più su quest’oggetto misterioso e ai più inviso che nessuno ha il coraggio di guardare: Parlami d’Amore di Silvio Muccino.
Perché mai, poi? Perché tanto odioso pregiudizio e tanto accanimento nei confronti dell’opera prima di un giovane regista italiano emergente già interprete di numerosi film di successo?
Perché l’odore della merda si sente da lontano.
Il film ha una “trama”, ispirata alla vicenda del libro che Muccino ha scritto a quattro mani con Carla Vangelista (no, dico, quattro mani ci sono volute!): Sasha, sfortunatissimo bambino cresciuto in una comunità per colpa dei genitori tossici ha l’animo addolorato dall’abbandono ed è confuso circa il suo ruolo nel mondo. Ama da sempre una ragazza con problemi simili ai suoi ma poi incontra casualmente una donna matura (un incidente stradale) e allora capisce di aver trovato il vero amore, non prima di aver tentato di risolvere i problemi esistenziali suoi e della donna. Starei già sbadigliando, se non fosse che questo film ce la mette proprio tutta a finire nel paradiso degli obbrobri indimenticabili e questa certezza si coltiva fin dalle prime scene, merito che deve essere ampiamente riconosciuto a Silvio: riuscire a lasciarti incollato alla poltrona promettendo puttanate a profusione che, puntualmente, arrivano.
Al di là della facile ironia, va subito detto che questo film è uno scempio e un insulto a chi ama il cinema per un motivo semplicissimo: la robaccia in salsa Moccia non pretende più di tanto oltre all’obiettivo di incassare cassapanche di denaro e soddisfare le minime pretese emozionali di ragazzine e ragazzini in preda a eccitazione adolescenziale. Deprecabile.
Il film di Muccino, invece, si presenta con obiettivi ambiziosissimi: ottenere credibilità nel cinema d’autore e nel panorama delle produzioni intellettuali-impegnate nostrane, impegnandosi in una produzione costosissima ma del tutto priva di credibilità . Obiettivo che, manco a dirlo, fallisce giusto quel tanto con cui un Eurostar fallirebbe nel tentativo di passare la cruna di un ago.
Diciamocelo: chi potrebbe azzardare un paragone tra il protagonista sfigatissimo e il fortunatissimo individuo che lo interpreta? Chi può dirsi più baciato dal fato di un giovanotto con un imbarazzante problema di dizione e recitazione, una totale mancanza di talento, un aspetto fisico assolutamente banale che, però, ha avuto il culo di venire al mondo in un ambiente stellato e di avere un fratello maggiore che gli ha spianato (senza meriti) la strada verso il successo in un ambito che è inaccessibile ai più?
Mi viene in mente solo Paolo Berlusconi ma, primo, non fa il regista di professione e, secondo, a dirla tutta si è preso pure carico di qualche grana giudiziaria dell’altro fratello, oltre che della Estrada.
Tornando a fare della facile ironia (perché critica seria, oltre questo livello è impensabile) uno degli orrori che più saltano all’occhio e più infastidiscono in questo film è l’accozzaglia di citazioni cinefile inserite al fine di dare lustro e dignità artistica al film: cinefila “pret-à -porter” insomma, quella superficiale che non approfondisce nulla delle grandi opere da cui deriva ma rappresenta solo la quintessenza della divulgazione mediatica e banalizzante di scene “cult”.
Avete presente quei buzzurri arricchiti che mostrano fieri e truzzi ad amici e parenti i beni di lusso che hanno potuto acquistare? La vasca da bagno a forma di cuore con rubinetti in oro e diamanti, la macchina superaccessoriata con i sedili in pelle e il volante maculato su carrozzeria rosa confetto, la pelliccia di cincillà bianca e nera, la gomena di catenine d'oro intrecciate, a metà tra Piè Baracus e Wojtyla e altri gingilli in questo stile? Ecco, è lo stesso stile con cui Muccino ostenta le sue citazioni allo spettatore: Godard, Il Conformista, Kubrick. Addirittura riesuma l’Atalante di Jean Vigo (morto ventenne con la carriera prematuramente interrotta e citato da Muccino… povero, se non è una presa per il culo questa! Me lo vedo Vigo a rivoltarsi nella tomba).
E il resto del film come lo riempie? Con uno pseudo-lirismo che tocca livelli immensi di ridicolaggine ad iniziare dai dialoghi che sembrano estratti da una chat di ragazzini che scrivono scimmiottando lo stile dei romanzi rosa. Una cosa tipo:
"Vedere una donna che si trucca è bellissimo. Truccami…” (immaginatela con la sua voce per completare il capolavoro)
oppure
- Fermati, Nicole.-
- Non funzionerĂ .-
- Chi lo dice?-
- La mia voce interna.-
- Mandala a fare in culo.-
- Dove sei?-
- Sono qui.-
- Non ti vedo.-
- Perchè non stai guardando.
Surreale, è teatro dell’assurdo. Sarà per dialoghi di questo tipo che il film ha ottenuto il riconoscimento di “prodotto di interesse culturale” o per l’approfondimento dedicato a tematiche sociali importanti come la dipendenza da droghe e gioco d’azzardo, il dolore, il disagio giovanile? Me lo chiedo attonita visto che l’approfondimento di questi temi avviene per lo più allo stesso livello con cui Studio Aperto fa approfondimento di cronaca: Muccino prende il classico stereotipo del giovanotto borghese “wannabe dreamer” e un po’ alienato e gli fa dire “cose” che dovrebbero essere sintomatiche di una critica sociale accorata.
In realtà il risultato pietoso è la solita rappresentazione che il cinema italiano fa del giovanotto medio nella società media che si affanna in questioni d’amore tormentate (medie) e francamente inverosimili.
Inverosimile perché, lo dico secondo il mio gusto femminile, l’espressione ovina di Silvio Muccino non è certo il non-plus-ultra del sex appeal nonostante gli sforzi profusi nel mostrare i suoi nuovi muscoli bagnati. Questa, d’altronde, è la sindrome “Pieraccioni”: siccome i film sono i suoi si permette di ritagliarsi sempre parti in cui donne meravigliose si mettono con lui, nell’evidente tentativo di portare sullo schermo un’eventualità che nella vita reale, se lui fosse un signore come tutti gli altri, gli sarebbe con certamente preclusa.
D’altronde quale operaio parquettista non passa i suoi giorni lavorando a dorso nudo e vivendo in un appartamento miserrimo ma dotato di pianoforte a coda? Quale operaio parquettista non si trova nell’imbarazzo della scelta tra una giovane ragazza ricca e maledetta e una donna matura altrettanto ricca? Quale operaio parquettista non è in grado di tradurre in immagini la conquista di una donna nella metafora del poker? Perché il concetto di fondo, l’ideale luminoso e illuminante dell’opera prima mucciniana è che “non esiste donna che non possa essere conquistata” perché “la seduzione è un’arma sottile, che parte da lontano”.
Viene voglia di prenderlo a schiaffi sulla nuca e dirgli: “Oh Silvio…parte talmente da lontano che, se tu non fossi chi sei, non vedresti nemmeno il punto da cui parte.”
A ben pensarci, la differenza tra un Muccino “impegnato” e uno Scamarcio “tre metri sopra il cielo” è tutta qua: Scamarcio, se anche non facesse certe puttanate che lo rendono famoso fino all’imbarazzo, tromberebbe comunque chi vuole. Muccino no.
Che spreco assurdo di mezzi e di uomini (i nomi di coloro che hanno lavorato per questo film non sono quelli degli ultimi arrivati, ad esempio Max Mazzotta (“Arrivederci amore, ciao”), Giorgio Colangeli (“Cardiofitness”) Geraldine Chaplin (“Il dottori Zivago”)): dopo la visione di questo inutile e fastidioso film, come sempre mi risuona in testa una battuta del film:
- Silvio, vai cordialmente a fare in culo.
- Chi lo dice?-
- La mia voce interna.-
Sono quasi sicura che fosse così. Un paio di stelle risicate a Parlami d’Amore ma solo per evitare il rischio che sia ricordato per qualcosa che non sia “il nulla”.
.donnie.
.donnie. dice: 
Ratings:
talmente brutto che e' ad un passo dal sublime
brutto, soldi buttati
cosi' cosi'
bello
bellissimo, da non perdere