Di Tim Burton
La genesi del Cavaliere Oscuro (e del suo alter ego).
L’idea di adattare la storia di Bob Kane per un film risale al 1979 e approda alla Warner durante gli anni ’80. Dopo la rinuncia di alcuni registi, la Warner contatta Tim Burton, reduce dal successo di Pee-Wee’s Big Adventure, che accetta immediatamente.
Burton non sa ancora che questo, un lavoro a tratti frustrante e straziante, sarà il film che darà la svolta alla sua carriera e che gli permetterà di “trovare il suo pubblico”: un pubblico ampio, come quello dei grandi successi, eppure anche un pubblico di spettatori più attenti e addirittura cinefili, che ritrovano nella sua opera il suo universo pieno e coerente.
Quando Tim Burton inizia a lavorare sul film Batman, il successo di Beetlejuice è ancora nell’aria. Sa che l’opportunità di fare un film “grande” come quello sul Cavaliere Oscuro non deve essere sprecata, sa che la Warner vigila attenta sulle sue “stranezze” ma, comunque, non intende rinunciare alle sue idee fondamentali.
La Warner farà molti tentativi di ingerenza nel lavoro di Tim Burton, consiglierà cambi di sceneggiatura, sconsiglierà certe scelte sugli attori, imporrà un ampliamento delle scene di Kim Basinger (unica vera “debolezza” del film), chiederà ripetute revisioni della follia di Joker, ma, fortunatamente, non riuscirà a stravolgere la visione del fantastico che il regista intende mettere in scena.
Questo, nonostante 50.000 lettere di fan dell’uomo pipistrello imbestialiti contro la dissacrazione burtoniana del mito, fan che il regista ritiene non più che “devoti inaciditi raggruppati in corporazioni” (cit.).
Burton vuole un film gotico e cupo e, soprattutto, vuole mettere in scena un eroe piagato da una frattura psicologica, tormentato da una personalitĂ schizoide, quasi alienato che si confronta con un nemico, Joker, colorato, divertente e orgoglioso nel suo essere un seduttore dandy e mostruoso.
Vuole creare un Batman schizofrenico che non riesce a conciliare la sua vita diurna con quella notturna, un conflitto autobiografico che Burton conosce bene.
In altre parole, vuole creare un eroe e il suo alter ego, scambiandone i ruoli e schierandosi apertamente dalla parte del secondo.
Il costume di Batman diventa nero (dal blu del fumetto), muscoloso, cupo, e rappresenta una maschera dietro la quale l’eroe sembra volersi nascondere: Burton crede che Batman sia un eroe sinistro, non un super-macho, e che il costume gli serva come “terapia” e protezione, non come esaltazione della sua forza fisica.
Per impersonarlo, Burton vuole a tutti i costi, e contro il parere della Warner, Michael Keaton, perfetto schizofrenico dagli occhi a palla e misteriosi, che infonde all’eroe una malinconia e un’eleganza magnifiche, tanto da renderlo il più affascinante e statico supereroe del cinema americano.
Ma, palesemente, l’anima del film di Burton risiede nel suo cattivo, un Joker in forma smagliante interpretato da un Jack Nicholson altrettanto splendente.
Joker ha una rilevanza quasi sproporzionata nell’economia del film, tanto estroverso quanto introverso è il Cavaliere Oscuro: se Batman è l’ombra, Joker è luce psichedelica e luce e ombra non sono mai separate.
Joker è al centro del film come una risata inquietante attorno alla quale gravita l’oscurità e il momento più importante del film è, infatti, del tutto incentrato su di lui: la visita al museo di Gotham City, quando il clown imbratta di vernici colorate tutte le opere d’arte al ritmo della colonna sonora scritta da Prince.
L’omaggio del regista è una brillante rivisitazione della pop art di Warhol, è contrapposizione tra cultura e controcultura, è il trionfo del Carnevale.
Mentre Gotham è l’immagine della fredda razionalità di un mondo totalitario, mentre Batman è l’immagine della serietà – e seriosità - contemporanea, Joker è la vendetta sovversiva e colorata con cui Burton si rivolge contro tutti i poteri, a iniziare da quello delle major cinematografiche e del sistema Hollywood, e si schiera dalla parte del “cattivo” a favore degli effetti benefici del Carnevale.
Il sostegno visivo, solido e potente, di questa tesi, viene da una scenografia curata in modo maniacale.
Scenografo, reduce dal successo di Full Metal Jacket, è Anton Furst, che disegna una Gotham City ispirata alla rete urbana newyorkese, con costruzioni che proliferano in verticale, metatemporale e melodrammatica.
La Warner appare sfiduciata e circonda il regista di continue pressioni e controlli che lo sfiniscono e lo deprimono fino alla fine delle riprese e fino a fargli affermare che “Batman" tra tutti i film diretti, è quello che sente meno suo.
Eppure, nonostante depressione e frustrazione, Batman viene fuori come un film assolutamente burtoniano, una “storia” di orrore fantastico in cui l’immaginario e i temi ricorrenti del lavoro di Tim Burton sono chiaramente riconoscibili fin dall’uso dei titoli di presentazione: curati con precisione grafica maniacale, allegorici dell’incipit della “fiaba”, fortemente spettacolari come parte dello spettacolo stesso messo in scena. Per Burton, i titoli di inizio sono, da un lato, un piacere personale che si concede per mostrare il suo ingegno e il suo virtuoso talento, dall’altro, hanno la funzione del “c’era una volta” delle fiabe più classiche e servono a introdurre lo spettatore nell’atmosfera del racconto.
Batman esce nelle sale nel 1989 incassando 600 milioni di dollari nei primi dieci giorni di programmazione. E’ un successo, il maggior successo dell’anno, è la consacrazione del regista tra i cineasti più significativi del panorama mondiale. E’ un trionfo di denaro e merchandising della Warner.
Che, però, non riesce a cancellare in Tim Burton quel senso di depressione e insoddisfazione, la tristezza per il suicidio del suo scenografo Anton Furst e l’idea che Batman non sarà mai un suo “figlio” legittimo, come Edward Mani di Forbice o Beetlejuice.
.donnie.
.donnie. dice: 
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talmente brutto che e' ad un passo dal sublime
brutto, soldi buttati
cosi' cosi'
bello
bellissimo, da non perdere