Le recensioni cinematografiche più schiette del Web

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Tex e il signore degli abissi

Di Duccio Tessari
Con Giuliano Gemma e William Berger.
Italia, 1985


Rovistando in enormi cestoni da supermercato e sconfinate bancarelle edicolare alla ricerca di qualche buon titolo a prezzo ragionevole, il tenace sottoscritto, con l'ausilio di un naso per le cazzate degno della più affidabile delle bacchette per rabdomanti, si è imbattuto, non molto tempo fa, nel “film di Texâ€.
Per nulla difficile risulta, già ad una prima occhiata, comprendere il motivo per il quale questa pellicola dell'85 non venga più richiamata sotto forma di riferimento casuale nemmeno in mezzo rigo della rubrica della posta degli albi texiani, o nei vari almanacchi del west farciti di titoli vecchi di eoni, e di cui la maggior parte degli infraottantenni neppure ha inteso parlare.
La “prima occhiata†di cui sopra, quella che serve a formarsi la proverbiale prima impressiome che si rivela quella giusta, è lo sguardo che il potenziale acquirente, che nel caso dei sani di mente resta potenziale, scocca all'astuccio del dvd.
Accanto a un Tex Willer stilizzato e imprigionato nelle fattezze di un Giuliano Gemma d'annata, balza all'occhio l'arcinoto trilettere che ogni lettore di fumetti ha avuto modo di osservare in cima a un albo almeno una volta. Il sottotitolo “Il signore degli abissiâ€, invece, è qualcosa che mai nella vita si converrebbe di associatre al titolo di una pellicola che voglia guardare a sé stessa con un minimo di dignità. E infatti, la superficiale osservazione di cui sopra centra l'essenza del film in modo perfetto. Dato per acquisito che l'abito non fa il monaco, lo sforzo di Tessari si propone il compito di confutare l'ovvietà attraverso un duro lavoro di sputtanamento di personaggi che, pur non concepiti per ispirare realismo e nutrire pompose pagine di parossistico pattume, restano da decenni nel cuore di milioni di appassionati per la genuinità, il carisma e la simpatia che ispirano dalla loro nascita cartacea. L'arduo proponimento di sconfessare il proverbio di cui sopra, viene raggiunto dal buon Duccio per il mezzo di una prova registica che oscilla vertiginosamente tra il ridicolo e il ripugnante, e che proprio in virtù di questa ambivalente natura fa sorgere nel modesto recensore il dubbio circa l'assegnazione di una o due stellette morelliane.
La trama, se mi è consentito di usare un termine tanto inappropriato, prende spunto dai numeri 101,102 e 103 della serie regolare, che a quanto pare vedono il cazzuto ranger, in compagnia degli inseparabili pards Kit Carson e Tiger Jack (dov'è finito Kit Willer? Gemma ci faceva troppo una figura di merda a mostrarsi tanto vecchio da avere un figlio adolescente?) indagare sul progressivo inferocirsi di una strana tribù indiana, i cui esponenti adoperano micidiali dardi intinti in un particolare veleno capace di mummificare una persona all'istante. Chi li capeggia? Quale sarà il loro scopo? A ciascuna delle due domande sarebbe ragionevole, come poi ho fatto, rispondere con altrettanti scoppi di risate. Tralasciando le critiche sull'abilità del regista, non a caso sconosciuto ai più, ciò che colpisce immediatamente di questa pellicola è il senso di approssimazione, scarsità di mezzi e pezzenteria ab origine che ammanta la produzione tutta, e che traspare perfettamente, nonostante qualche lodevole sforzo, nella pressochè totalità dei fotogrammi che compongono l'abominio di cui trattasi. Se parlare di un Tex Willer abbigliato di una camicia rosa sembrerebbe sparare sulla croce rossa di cotanto sfascio, allora bisognerebbe, per evitare la denuncia per maltrattamento di incapaci, sorvolare a maggior ragione su un Tiger Jack da delirium tremens, interpretato da tale Carlo Mucari, che può essere scambiato per un indiano Navajo solo da chi associa alla dicitura “indiani†il popolo del paese denominato appunto India.
Per farla breve questo tizio si presenta alla macchina da presa vestito di stracci, con un parruccone ridicolo e fintissimo, e una faccia che potrebbe richiamare i tratti degli indigeni d'america solo ad opinione di un seienne cieco. Risolleva, molto parzialmente, la sgangheratezza del terzetto, un simpatico Kit Carson, impersonato dal carneade William Berger, il quale riesce per lo meno a rendere in modo decente la scorbutica simpatia dell'anziano ranger, il mitico vecchio cammello. Pietoso sarebbe tralasciare un assurdo Morisco, un inconsistente Eusebio, e un capo degli indiani ribelli che solo a guardarlo scappa lo sghignazzo. Trattasi infatti del simpatico caratterista Flavio Bucci, a molti noto per la sua esilarante interpretazione del prete-bandito Don Bastiano nel “Marchese del Grilloâ€di Monicelli.
In “Texâ€, non bastasse l'imbarazzato disagio che dimostra nei panni del potente (ahaha) Kanas, è sufficiente che uno spettatore mediamente smaliziato come il qui presente ripensi ai sermoni di Don Bastiano e al suo accento, perchè le tremende minacce del malvagio capo si dissolvano nel vortice delle inevitabili, potentissime risa. Se Gemma se la cava con un minimo di mestiere (e tuttavia nemmeno lui è immune dal pandemico sconcio che infetta l'intero film) e Berger, come detto, fa il suo senza far invocare le prestazioni di altri attori, il resto della brigata si comporta come un branco di studentelli imbarazzati alla recita della scuola, il che rende le loro caratterizzazioni pressochè inguardabili. Nei panni del Narratore, il creatore di Tex Gianluigi Bonelli, acchittato da saggio stregone indiano, fornisce allo spettatore un'ulteriore irrinunciabile perla di ridicolo involontario.
Il capitolo tecnico non merita nemmeno la fatica di definirlo grossolano. Intriso di espedienti visivi tesi a nascondere la pochezza di mezzi della produzione, il Signore degli abissi offre al perplesso sguardo spettatoriale ambientazioni esterne riprese in qualche zona del beneventano (o della Spagna, che tanto veniva usata anche da Leone, chissà), interni ricavati da caverne scavate nel pongo e nella cartapesta, ed effetti speciali da suicidio (vedere l'assurdo processo di mummificazione dei poveracci colpiti dai dardi avvelenati cui si faceva cenno poco sopra).
A tutto questo si aggiunga una noia nerissima che tallona da vicino i tre quarti del metraggio di un film che, rifacendosi ai personaggi bonelliani, dovrebbe offrire almeno decine di scazzottate (una) e di scontri a fuoco (due), e invece propone una carrellata di orride scenette da spaghetti western di serie zeta, e il quadro risulterà completo.
Ad evitare, ciononostante, a questo Tex l'ignominia delle due stelle è il torrentello di risate che Tessari e company riescono ad far sgorgare dall'animo di chi assiste: osservare Don Bastiano che latra ordini a un gruppo di calabresi vestiti da indiani e rivolgere cupe parole di sdegno alla cricca dei buoni può non avere prezzo, alla prima visione.
Nel personale rammarico che il personaggio di Tex non abbia goduto di una sorte migliore, assegno una stella a questa ignobile pagliacciata, con l'avvertenza che un pazzoide che volesse ripetere la visione, quasi certamente mancherebbe di percepire con la medesima efficacia il ridicolo che la pellicola sprizza da ogni poro, e potrebbe di conseguenza essere tentato di sprofondare il dvd negli abissi evocati dal titolo stampato in copertina.

Rain dice:

 

Ratings:

talmente brutto che e' ad un passo dal sublime

brutto, soldi buttati

cosi' cosi'

bello

bellissimo, da non perdere