C’è un solo modo per guardare Shadow. Non pensare che dietro la m.d.p. ci sia Federico Zampaglione. Solo così, sospendendo la nostra incredulità nel riconoscere al leader dei Tiromancino una certa disinvoltura nel manipolare gli stilemi dell’horror post 11 settembre, possiamo avvicinarci alla pellicola, dichiarando un dato innegabile: la sua riuscita.
Passato in diversi festival specializzati, accolto con favore, Shadow è un film che ha diverse frecce nel suo arco, qualcuna spuntata, ma qualcun'altra capace di centrare il bersaglio. La situazione è tipica dello slasher d’antan: due giovani protagonisti di entrambi i sessi, un luogo inospitale, villici all’inseguimento, una casa/laboratorio ai margini del bosco, un orrore ancora più grande nascosto dietro la nebbia, un mostro cattivo che più cattivo non si può. Non vogliamo rivelare le implicazioni bellico/oniriche all’origine del dramma, né i substrati dell’inconscio e del rimorso su cui si fonda la pellicola, per non far torto al regista. Vi basti sapere che il male, come sempre, si cela all’interno del genere umano e che il sonno della ragione genera mostri. Zampaglione dimostra di conoscere la materia trattata e sa il fatto suo. Avevamo già intravisto le sue capacità nel grottesco Nero Bifamiliare (sorta di risposta italiana al Neighbors targato anno di grazia 1981, interpretato da un John Belushi pronto per la prematura sepoltura) e ora ne abbiamo conferma. Forse è prematuro parlare di rinascita dell’italico horror (che, ci consenta Zampaglione, pensiamo passi più dalle mani del Lorenzo Bianchini di Lidris Cuadrada di tre e Custodes Bestiae che dalle sue) ma il mattino non sembra più così grigio. L’ambientazione sinistra, le musiche allarmanti, le scenografie minimaliste e obitariali (merito di quel Davide Bassan stretto collaboratore per quasi tutta la filmografia di Lamberto Bava da Demoni a Ghost Son e dell’Opera di Dario Argento), il montaggio frenetico collaborano allo spavento. Ma il merito maggiore del salto in poltrona spetta alla mefistofelica maschera incarnata da Nuot Arquint (era l’assassino di Salvo Lima ne Il Divo di Sorrentino): scheletrica trasfigurazione della morte stessa, certamente una delle figure maligne più riuscite del cinema horror Made in Italy. Anche se i rimandi di Shadow sono noti (tutto il sanguigno cinema rurale dei ’70 americano e il torture porn dell’ultimo decennio), la ricetta è stranamente saporita, il deja vu a volte fa capolino ma non dispiace, la tensione – ammettiamolo – è alta, il finale simbolico rilancia la posta in palio. Pochi spettatori in sala: tutti a vedere Russel Crowe che scaglia frecce, Robert Downey Jr. vestito d’acciaio e puzzole alla riscossa. Ah, il pubblico delle multisala…
Cesare
Cesare dice: 
Ratings:
talmente brutto che e' ad un passo dal sublime
brutto, soldi buttati
cosi' cosi'
bello
bellissimo, da non perdere