Siamo noi e lui.
In questo ipotetico confronto c'è il regista e il Pubblico. Il regista si accomoda sulla sua poltroncina girevole, accavalla le gambe e sorride di gusto all'entità deforme che lo osserva dall'enorme testone di cazzo reclinato di lato.
“Io sono Christopher Nolan” direbbe il balloon dai bordi a semicerchio sospeso sulla testa del cineasta inglese.
“Per gli amici Chris. E tu chi cazzo sei?”.
Tutto il resto potrebbe benissimo essere un'ipotesi interpretativa, un sussulto di immaginazione, un manifesto programmatico di un certo modo di fare cinema “per molti ma non per tutti”. E infatti, una schiera tristemente nutrita di australopitechi dal pelo corto e dal vario abbigliamento storce il naso, alza le spalle e punta il dito.
Inception? Troppo incasinato.
C'è davvero bisogno di aver pasteggiato a pane e cinema sci-fi per qualche lustro per comprendere lo sviluppo di un film basato sull'interazione tra sogni strutturati su vari livelli (peraltro assai lineari) nella mente di una serie di “cavie-mezzo”, o è sufficiente possedere un cervello munito di dotazione standard? Se al momento di leggerla, la domanda resta a galleggiarvi nel cranio, lungi dall'approdo sui lidi della comprensione, ecco, probabilmente Inception non è il film che fa per voi, e questo potrebbe dimostrarsi persino un problema molto secondario.
Nel balloon dei pensieri, ampio come il deposito di zio Paperone e non meno ricco di tesori, la frase che potrebbe comparire sulla capoccia di Chris si plasmerebbe nelle forme fantozzianamente “nuvolose” di un autentico e catartico “Sticazzi”.
Questo è il suo potere. Mettere alla prova una platea di intelletti pigri, stimolarne il defunto interesse (insensibile a qualunque cosa non assuma le forme della faccia di un DeSica o di un paio di grosse ed appetitose tettone), prenderla per il culo e farci sopra miliardi. E la cosa che più conforta, in tutto questo, è che grazie al dileggio verso gli zombi seppelliti nel buio della sala Lui potrà osare sempre di più. O perlomeno è ciò che personalmente mi auguro.
Certo, ci sono pure le persone normali, che diamine. Ma nessuno mi toglie dalla testa il malizioso pensiero (sei stato tu, Chris? Bravo, ottimo lavoro) che lo scopo ultimo dell'innesto sia rendere edotti tutti noi, coglioni vanzinari e non, del fatto che qualcuno si sia preso la sua beffarda rivincita su quelle mandrie assonnate che galoppano convinte verso le sale, guidate dai bastoni ricoperti di melassa dei soliti giganti della distribuzione. Se questa è l'idea, il suo germinare, discreto ed apparentemente autonomo, reca la dicitura (a caratteri cubitali) “MISSIONE COMPIUTA”. Sapevate che era “complicato”, intuivate che sarebbe stato al di là della vostra comprensione, ma siete andati a vederlo comunque e in molti casi non ve lo siete nemmeno goduto. Un sincero LOL, e un grazie per i cospicui emolumenti.
E allora di che parla Inception?
Dei sogni, dell'amore, della paura.
Lo specialista DiCaprio viene assoldato da un ricchissimo industriale giapponese per invadere la mente di un suo concorrente in modo da fargli cambiare parere su una cosuccia o due. Tipo non frazionare il proprio impero multimiliardario per schiacciare quello del facciagialla manipolatore, e scongiurando così, incidentalmente, la possibilità d'instaurazione di un devastante monopolio. Illustrare il canovaccio di un film del genere, per la verità, è come spiegare a parole le emozioni di un giro sulle montagne russe.
Ed alla fine, Inception è proprio questo. Quello che Chris ci chiede in quanto spettatori è di prendere confidenza con l'ambiente, imparare le regole del suo gioco, leggere i cartelli che parlano di altezza minima per salire in vettura (o anche di perfette condizioni di salute) e di saltare sul carrello per godersi una bella corsa attraverso i labirinti della mente, su per le titaniche vette della coscienza e poi giù giù, a sprofondare negli angosciosi abissi del subconscio, fino a portarci al punto di dubitare anche solo del fatto di averlo cominciato, quel giro, o di non essere piuttosto rimasti a terra, a fantasticare su quella stronzata del labirinto degli specchi. E poi, una volta che la trottolina termina di vorticare ma anche no, Chris riemerge dall'ombra, ci fa un sorrisone di quelli accattivanti e, sul petto di quelli che hanno compiuto il titanico sforzo di andare oltre i palazzoni che si piegano su loro stessi e oltre i tizi che volteggiano per aria, appunta una bella megagliona color marrone scuro con su scritto: “Congratulazioni, non sei uno stronzo”.
Non c'è trucco, non c'è inganno, checchè i due sostantivi che precedono possano a un primo esame risultare il fulcro attorno al quale vortica, come il totem di Cobb, tutta la vicenda che lo riguarda. Il film di Nolan è puro intrattenimento. Il fatto che costringa l'essere più o meno umano che ne fruisca ad adoperare con profitto, e con livelli d'affanno variabili, lo spazio che separa i padiglioni auditivi, nulla toglie all'affermazione di cui sopra. E la cornice?
Ad arricchire e a valorizzare il frutto del nolaniano ingegno, giunge un contributo tecnico e attoriale di prim'ordine: dagli effetti visivi efficaci ma non invadenti alle musiche fantastiche (Zimmer è sempre IL mostro), dalle location evocative alle interpretazioni valide e convincenti dei vari Di Caprio (si, l'ho scritto!), Page, Murphy, Cotillard e compagnia bella.
C'è abbastanza, dunque, per gridare al filmone.
Se proprio vogliamo metterci in cerca del proverbiale pelo nell'uovo, ebbene potrà forse dirsi che, lungi dall'essere criticabile per la sua presunta incomprensibilità, Inception pecca semmai nel senso di non spingersi al punto da sviluppare sino in fondo l'intrigante, ancorchè abusata idea di partenza, così da impreziosire ulteriormente lo spettacolo (e sottolineo lo spettacolo). Ad esempio, anziché lasciare lo spettatore a macerarsi nel consueto dubbio “sogno o realtà?”, l'opera di Nolan avrebbe potuto, e secondo me dovuto, portare chi assiste un paio di passi oltre, fino al piano di una più oscura, lacerante ed angosciante condizione di paranoia come quella che ho intravisto, trattenendo il seme a stento, quando, per tutta una serie di circostanze che concorrono nella storia, appare probabile che la missione, ed addirittura la stessa esistenza del protagonista sia non solo un sogno, ma l'estrinsecazione di una parallela dimensione onirica generata dall'innesto sulla compagna del suddetto capo team. In questo senso, a scontrarsi non sarebbero stati i canonici piani della realtà e della fantasia, ma quelli, altrettanto stridenti, anche se in modo più sottile e subdolo, delle coscienze manipolate dei due amanti.
“Sei tu il mio sogno, o sono io il tuo?”
Ma non preoccuparti, Chris. Hai già fatto abbastanza, e hai la mia gratitudine.
Forse i tempi per spremere sul serio, e con adeguate garanzie di profitto, i neuroni del Pubblico non sono ancora maturi. Quando e se lo saranno, spero ti troverai ancora nei paraggi.
Rain
Rain dice: 
Ratings:
talmente brutto che e' ad un passo dal sublime
brutto, soldi buttati
cosi' cosi'
bello
bellissimo, da non perdere