Di Paolo Virzì con Sergio Castellitto, Margherita Buy, Claudio Amendola, Alice Tilghe, Flavio Bucci.
Il Quirinale a via Nazionale, inedita meta di pellegrinaggio cinematografico per me e Alessia, è stato davvero una piacevole sorpresa: biglietto per lo spettacolo delle 22;30 a soli 5 euro, sala 2 arredata con essenzialità ma di dimensioni accettabili e con poltrone dignitose, schermo a grandezza da cinema, cessi moderatamente puliti. Unica pecca, credo, il sistema audio che, viste le prestazioni, immagino ancora fermo ad un preistorico Dolby Stereo o giù di lì. Ad ogni modo, "Caterina va in città" non è certo "The Committments" o un episodio di "Matrix", e la discutibile qualità del sonoro incide fino ad un certo punto sulla fruizione dell'opera. Caterina (la brava Alice Tilghe) è una bambina in età da terza media che si trasferisce coi genitori (l'ottima Margherita Buy e il solito Castellitto che scimmiotta Sordi) da Montalto di Castro al centro di Roma: a scuola entrerà in contatto con i figli dell'alta borghesia sinistroide o destrorsa, ma anche il papà, insoddisfatto dalla famiglia e dalla carriera da insegnante, avrà modo di misurarsi con i suoi omologhi socialmente affermati.
E' difficile dare un giudizio complessivo sul film; meno bello e divertente di "Baci e abbracci" e "Ovosodo", ma anche molto più graffiante ed amaro, "Caterina va in città" alterna senza soluzione di continuità pregi e difetti. Ad esempio, la recitazione dei bambini: buona nelle tre protagoniste ma in genere mediocre nei personaggi secondari.
Poi, la descrizione degli stili di vita dei ragazzi "bene": in alcuni momenti viva ed efficace, in altri un po' superficiale. I compagni di scuola di Caterina sono raggruppati (e descritti) come "zecche" e "parioli"(1), senza occuparsi molto di chi non rientra perfettamente in una di queste categorie e senza esaminare seriamente la possibilità che un ragazzo decida di far parte di un gruppo o di un altro anche per l'aver effettuato una qualche "scelta". Insomma, le motivazioni psicologiche dei bambini, i rapporti interpersonali di amicizia o antagonismo nella classe, stentano ad emergere (e su questo aspetto, il film mi sembra inferiore al molto simile "Come te nessuno mai" di Muccino). Decisamente più convincente la descrizione dei nuclei familiari e dei rapporti genitori-figli, quasi che Virzì si trovi ad interagire con una realtà che gli è più vicina e congeniale. Purtroppo, proprio per questo motivo, l'incapacità degli adulti di amare davvero i propri figli diventa l'unica chiave di lettura della complessa realtà giovanile di cui si occupa il film.
Solo apparentemente scontata e qualunquista mi è sembrata invece la critica nei confronti dell'alta borghesia di destra o di sinistra (idealmente riunita dalla stronzaggine verso le nuove generazioni). Non a caso Castellitto, che incarna appunto l'uomo medio (o mediocre), non si dimostra molto diverso dagli altri papà del film: ugualmente insensibile alle esigenze della figlia (e anzi propenso a servirsene per i propri scopi) ed ugualmente disposto a scendere a compromessi per ottenere il successo, tanto che le sue critiche nei confronti delle elite intellettuali ed economico-politiche (le "conventicole", le chiama nel film), appaiono dettate solo dalla frustrazione di non riuscire a farne parte. Davvero scontata è però l'individuazione di un modello positivo di vita sociale e familiare nella grande famiglia paesana, ossia i parenti di Caterina a Montalto di Castro, visti solo mentre giocano a tombola a Natale o mimano i titoli dei film in spiaggia (evidente il riferimento ai giochi del "Sasha's Beach"). Come se un ragazzino che abita a Ladispoli o a Poggio Bustone coi nonni rimbambiti e CostanzoShow-dipendenti sia per forza più felice di un'altro che sta a Roma o Milano, sempre in compagnia degli stessi nonnetti e zii.
Insomma, se volete farvi qualche risata e nello stesso tempo spuntare qualche riflessione sulla condizione attuale di molti adolescenti (specie se avete fratellini, nipoti, figli o se siete capi scout come me), andatevelo a vedere. Se invece ora come ora avete pochissimo tempo e denaro da dedicare al cinema, e al massimo riuscirete a vedervi un solo film questo mese, date la precedenza a "Kill Bill" e tenetevi da parte "Caterina" per una serata home-video a due.
Guglielmo
(1) Termine riferito ad un quartiere di Roma considerato molto snob e abitato generalmente da ricchi, che nel tempo ha assunto un significato più ampio a voler caratterizzare una tipologia di giovane altrimenti definibile come “stronzetto/fighetto/figlio di papà”. (ndF)
Guglielmo dice: 
Ratings:
talmente brutto che e' ad un passo dal sublime
brutto, soldi buttati
cosi' cosi'
bello
bellissimo, da non perdere