Di Salvatore Mereu
Con Puddu, Nonnedda Bedda, Pecore e una bonazza francese
Appena entrato nel Quattro Fontane con Alessia, intenzionato a sacrificare all'altare dell'amore uno dei miei preziosissimi ingressi scontati per abbonati (50 euri dieci spettacoli), mi investe la solita zaffata di cinefilia radical chic: il severo prezzo da pagare per poter accedere alla programmazione in genere interessante della sala. Stampe con la foto di Anna Magnani, bancone-libreria con volumi tipo "Fellini, il regista dei sogni" o "Truffaut mon amour", eleganti tavolini per sorbire il caffè, maestose facce da culo che si aggirano da una parte all'altra dell'androne sfilandosi il poncho comprato durante l'ultimo viaggio a Cuzco oppure lucidandosi gli occhiali con montatura Calvin Klein.
Per evitare di essere contaminati, io e Ale ci fiondiamo nella claustrofobica sala 2, per goderci uno dei film che a Venezia sembra aver riscosso il favore della critica (dimenticando, purtroppo, che una robaccia come "Urga, territorio d'amore" riuscì persino a vincere il Leone d'oro, se non erro).
Il film è a episodi: nel primo un gruppo di bambini sardi, poveri e montanari riesce finalmente a vedere il mare; nel secondo una turista francese si vuole togliere lo sfizio con un pastore sardo (umano, non cane); nel terzo una donna suora-ma-bella va al matrimonio paesano della sorella e gli invitati le sbavano dietro; nel quarto un pensionato trascorre una giornata solitaria e poi paga una lucciola solo per avere un po' di compagnia. Come avrete intuito, il soggetto (che potrebbe andare bene per un film di Vanzina come per uno di Tornatore) non brilla per originalità. In compenso, però, la regia è addirittura pacchiana. Lente e solenni panoramiche della barbagia, del mare, delle nuvole, del tramonto, etc. Ogni tanto, primissimi piani dei lineamenti nuragici dei personaggi, con un'attenzione ossessiva per gli oggetti di quel mondo antico e rurale che, ahimè, va oggi scomparendo (i vecchi mobili di legno impolverati, i lenzuoli stesi, la fisarmonica). SPOILER - Segnalo quattro scene che raggiungono l'apice del kitsch: 1) il tavolo imbandito all'aperto per il banchetto di matrimonio che viene bagnato da un temporale (siamo lontani anni luce dalla divertente e analoga scena di "Il dottor T e le donne" di Altman), con gli invitati che non si rassegnano e si mettono a ballare il salterello nella fanghiglia così che - geniale - alla fine torna il sole. 2) Il tormentato congresso carnale tra il pastore e la francesina (la quale è l'unico vero motivo per andare a vedersi 'sto film) che si conclude con l'urlo alla Tarzan di lui, arrampicatosi su una roccia in una specie di sorgente selvaggia. 3) il pensionato che suona la fisarmonica insieme alla prostituta e poi, con la musica nelle orecchie, muore. 4) Il bambino che piange in silenzio dopo aver visto il mare per la prima volta (qui si tocca il sublime) FINE DELLO SPOILER. Tra l'altro, il film è recitato in sardo strettissimo e sottotitolato, ma senza un vero motivo estetico (cioè, secondo me le stesse situazioni, le stesse scene, potevano essere girate in Friuli, a Torre del Greco, in Baviera... in qualsiasi posto che non sia la City di Londra o un'altra metropoli).
Insomma, a parte i bei paesaggi che dopo un po' annoiano, e gli onesti attori "Ballo a tre passi" è il classico esempio di film che vuole essere colto e intelligente ma risulta una via di mezzo tra "Laguna Blu", "Travolti da insolito destino..." e un qualsiasi film pallosissimo di un maestro del cinema polacco coi sottotitoli in ungherese. Andatelo a vedere solo se state scrivendo una tesi sul cattivo gusto nell'arte cinematografica.
Guglielmo
Guglielmo dice: 
Ratings:
talmente brutto che e' ad un passo dal sublime
brutto, soldi buttati
cosi' cosi'
bello
bellissimo, da non perdere